Tempi e luoghi diversi

Dal nostro lunedi – semestrale di scritture immagini e voci ideato e coordinato da Francesco Scarabicchi e Francesca Di Giorgio.

Prima serie Città numero cinque – marzo 2005

10B-Adami-Le-Mur

Una pittura malinconica. Il mio primo ricordo musicale: la banda che accompagnava il funerale di Marconi a Bologna. Confessione di un vetro rotto con la fionda. Nel rifugio, tutta la famiglia insieme che suonava concertini. Nella casa accanto c’era la Gestapo. Le foto sconce scoperte dall’amica di casa alla toilette. I pomeriggi al cinema per la luna di miele etc. Barcellona. Miró scrive tutto sul suo piccolo notes. Mi prende da parte – “vermeil” va bene solo per andare a Parigi a comperare i colori chez Lefebvre Foinet.
Arona. Lacustre amore mio. Luogo tracciato di domande e risposte. Il disegno è un’occupazione letteraria, la lettura è compito degli occhi. Un disegno deve dare tutte le informazioni su se stesso. La mano segue un suo percorso che si distacca da noi, mossa da un’energia che si trova nel segno stesso e che si rivolge, alla fine, contro l’autore. Si abbandona un disegno quando si pensa ad aggiungere la parola fine – la linea d’arrivo sono dei puntini di sospensione.
Sono a Ferrara, nell’Officina dei Mesi, fra monache in gruppo e il San Giorgio dipinto in volgare. I quadri si confondono se osservati da vicino, e la forma trova chiarezza da lontano. Ma se ne perde il palpito e il respiro.
Viaggiare & cancellare subito le impronte del viaggio dal disegno, passare dall’emozione alla forma, l’emozione del viaggio non conosce la forma. Viceversa, la forma conosce sempre l’emozione. Ossia, la forma definisce l’emozione e alla fine di quel che si vede ritorna l’emozione del viaggio.
Città del Messico. Il pilota avviava il motore del Dakota. Abiti di marca americana etc. Portavano tutti camicie a fiori, inzuppate del sudore dell’atterraggio in quel caldo umido. Campi di pelota desolati, hotel senza vetri. Chori scriveva il suo nome sulle strade, alle finestre, sui muri, sui taxi etc. Finalmente una farmacia. Apply freely with gentle massage. Occupiamo la suite sul ponte. Interno coloniale etc.
Los Angeles. La vegetazione invade la mia stanza. È troppo tardi per attraversare il parco di notte. “This is the house of the famous professor Einstein”. “Avete un appuntamento?”. “No, ma vorrei leggere le sue lettere. Mi dica, aveva il suo laboratorio in cantina o in soffitta?”. Ingrandita, la foto di Einstein che mostra la lingua; disegnerò la torre di Einstein e Einstein in barca sul lago…
New York. Il televisore dell’hotel non vuole funzionare. Le mie proteste sono inutili. Viene il tecnico, intasca la mancia e tutto è come prima. Passo la mattina a spostare l’antenna, teorizzandone la direzione sullo spiraglio tra un grattacielo e l’altro, ma poi salta tutto, l’immagine gira e si sdoppia e si sgrana in una trama di puntini informi (ne prendo delle fotografie), poi ritorno a disegnare sul tavolo da gioco che ho incastrato nel vano della veranda. La città cresce sulla propria distruzione, si deposita inesorabilmente sulle sue rovine etc. I radiatori dell’Algonquin si svegliano presto, all’alba, con suoni di campane…
I pomeriggi al cinema Orfeo etc. Il ping-pong etc. Componevo un numero a caso al telefono e mettevo la nona di Beethoven. In Accademia di Brera, a Milano, parlavamo solo di Apelle & Parmenide. Ci pensavamo in Atene.
Baghdad (aeroporto). Siamo sotto i ventilatori per il caldo torrido. L’imbarco è in piena notte. L’arabo della dogana con le matite colorate nel taschino confisca le macchine fotografiche.

10A-Adami-foto

Cori di donne velate, sedute per terra etc. Bombay. Su una stuoia a dormire nel patio. Qui nulla è infantile. Ogni luogo si esprime per segni esistenziali. Elefanta. La forza si capovolge, i muscoli non appaiono. L’emozione esprime un giudizio? Eppure la meccanica dovrei conoscerla, ma i dati che usiamo per capire sono una questione di cultura. Colori puri e castità ovunque. Ahmedabad. Nell’ashram di Gandhi ci togliamo le scarpe. Foto sul fiume, vento, pratiche di meditazione? Usciamo dalla città seguendo il Sabarmati. Piccoli viaggi in cammello. Al guado del fiume incrociamo un’altra carovana. La vita dei campi, strati su strati etc. Un’esperienza fisica e metafisica senza bagagli. Le mie nozze con l’India.
Zurigo. Grande incontro con gli Hodler. Radici montane della pittura, dispositivi simbolici, chiarezza del dolore, anatomie di Dürer etc. Qui l’erotismo sta nel corpo del quadro. Rothko ante litteram. Dove lo stile di un’epoca non è il vestito delle idee, ma la giustezza del loro meccanismo.
Copenhagen. Se il giorno è dei toscani, la notte è qui, nel nord. Quando l’aereo atterra, al freddo sole luccicano le stele di un cimitero. Le Foglie di Corelli etc. Penso a Thorvaldsen a Roma, con Mendelssohn fra temi antichi e moderni, ai Nazareni etc. New York. Capricci a New York. Le chimere della Public Library. Prélude. Sono venuto per disegnare. Come un credente che ogni giorno recita la stessa preghiera, io ripeto i riti del disegno. La sera, sul ponte di Brooklyn volano gabbiani, un primato dell’arte, il dominio della signoria sulla natura. Disegno, fortissimamente disegno. Minneapolis. I filantropi non pagano le tasse. Art Center. Vi si può incontrare Dante dipinto da Vasari. Considerazioni sulle virtù classiche etc. Pittura che riguarda l’uomo, l’uomo e il suo nudo, disegno che svela il corpo etc. Passato e futuro equidistanti. L’arte moderna ha imitato il primitivo e si è illusa di rompere la spirale di una decadenza, ma non vi ha fatto luce e l’orizzonte è rimasto buio. L’angelo Raffaello riapparirà un giorno, quante cose da chiedergli, quante nuove passioni nell’antico.
Recherche de paternité nei cartoni di Appiani (al Louvre), l’illusione di venire fecondato, la scimmia dei classici con noi, lo spirito dipinto.
Chichen Itza. La cosa più straordinaria è che questa città, dove tutto era segno dell’eterno, venne periodicamente abbandonata. Spazio immobile nel tempo che sembra trovare il suo opposto etc. La piramide appare come un rito degli astri, corpo metaforico, atto del concepire, riscatto alla morte, calendario di se stessa, culto, maternità, città, infinito etc., e la pelota come fonema supposto nel pieno di un gioco acustico. Vertigini ripetute al tramonto etc. En route. Tlacochalmaya e Ciulapam. Viaggio in treno fino a Mexico.

10C-Adami-Banaras,Paesaggio-copia

Rientro a Parigi, nella luce raccolta di rue Becquerel. Vorrei esser un pittore di cieli sereni, ma i primi contrasti vengono da lontano, ricordo colori e profili nelle storie d’infanzia. L’orso che balla etc. Ci si libera del passato nella conoscenza del pas­sato. Disegno mani con il tratteggio dell’affresco, a punta di pennello, e resto a lungo in bottega a studiar l’esecuzione. (“Far pari all’antico il secol nostro”).
Sulla Acropoli una folla spinge e calpesta un sogno. Torneremo in una notte di luna piena. Atena piantò l’olivo sull’Eretteo, fu eletta fra le donne, ma la prole perse il nome della madre. Estasi per il Kouros, muovendogli intorno come le lancette dei minuti. Io domando: ”Hai visto il divino?”. Passiamo l’istmo. L’Omphalos di Delfi e la fonte Castalia, sacra alle muse, si depositano nel ricordo – e lo sguardo di Adamo nei gemelli di Argos. La sera le ombre si disegnano sulla rupe, Hyampeia, tomba di Esopo, uno scorcio del teatro alla roccia di Sibilla, un contratto con la Grecia, un pensiero in più… etc. “Così, metafora nasce da Delfi”, dove parla di fenici e chimere, immagini composte di oracoli, di sensi diversi.
Londra. Una lettura da cartografo della Deposizione di Michelangelo (National Gallery). Avvallamenti e rilievi dei corpi nella geografia del quadro. Un tessuto di tratti ne regola il colore. Il fondo degli angeli preparato di verde, a pennello rotondo etc. Per tutte le sale la forma rincorre il significato, e il significato la forma.
Madrid. Scrivo dopo il Prado. Il disegno è sempre stato l’ouverture della pittura (o il gran finale per la scultura). Ma, quando l’arte non ha spazio per pensare, non fa più uso del disegno e persuade alla fede con le ombre.
Tokio. Una linea di rigore. Natura e pittura sono qui totalmente sottomesse. In Occidente, tra linee, sfumati e chiaroscuri, è la volontà etc. del disegno che guida la mano. Kyoto. Gran parte di quel che gli occhi vedono è spesso inutile, dobbiamo scegliere tra i riti del vedere a occhi aperti e i riti del vedere a occhi chiusi. Il tattile appare nello stesso tempo nel segno e nel colore.
Tel Aviv. Shalom, Shalom, con un pulmino dalla troppa aria condizionata e fra una calca di strade e autostrade gremite d’auto, il venerdì saliamo a Gerusalemme e alle sacre montagne, poi scendiamo nella depressione del Mar Morto. “Mia povera Palestina” ci dice uno straccione. “Ci han­no portato l’acqua nel de­serto e i beduini si sono fermati. Due figli su tre sono alla scuola d’ob­bligo e con il terzo costruiamo bidonville”. Le fabbriche di Havan vendono il fango in sacchetti, e noi ci bagniamo allo stabilimento. Eclisse di luna a Jaffa. Escursione al mar di Galilea, nel Golan verso la Siria. “Questi alberi li abbiamo piantati perché i cecchini non ci vedessero”. Film sul sacrificio di Isacco, poi visita agli scavi di Beit Shean. Principato di Monaco. Un raga del mattino. La mia iniziazione all’India è alla lettura di Ananda Coomaraswamy che la devo – da allora il mio pensiero cambiò forma.

10D-Adami-Il-guado

Viaggio nelle Marche. A Fermo, visita al vecchio palazzo AR + la tomba di Campofilone – tappa a Recanati – i polittici di Crivelli in Ascoli & Montefiore, dove la linea, nel corpo e fuori, è la traccia che afferma la “volontà”.
L’incontro a Venezia con il Prometeo di O.K. è stato, per quel ragazzo che ero, la rivelazione di come la pittura poteva così ricongiungersi alla filosofia, il disegno analitico e la figurazione sono forme del pensiero, le sfide al vedere, quella nuova pedagogia per l’educazione dei nostri occhi. La speculazione del disegno sta nel rivelare quel segreto che si nasconde nella forma delle cose, a prima vista inespresso etc.; dove il segno, silenzioso o retorico-rituale del contemplare svela i ritmi, le pause, i frammenti, le associazioni, le metafore, tutto quel che desta la nostra devozione. Meina. Giorni interi passati sui disegni, a cancellarne ogni traccia mondana. (Confrontarsi con l’utopia è un modo per conoscere la verità): Tutti questi disegni  non sono che i frutti di stagione dell’albero che siamo. Disegni senza ombre e senza angosce, dove luce & buio stanno insieme racchiusi nella linea. Ci sono piccole chiavi nella forma chiusa, che muovono il tutto. Un quadrato, variando l’apertura di un angolo, cambia di nome e di aspetto. (Ogni forma tiene uno scheletro nascosto nell’armadio…). Io uso di questa linea chiusa ma, a volte, devo aprirla e rompere quel vaso di coccio. La verità è nascosta dentro (il colore mi aiuta – aspirazione del pittore). I quadri sono i “pezzi della partita”. Con il disegno si monta e rimonta il senso di quel che vediamo e l’occhio ne gode al gioco. Ma infine chi rompe il vaso sta fuori di noi – noi “artisti” eseguiamo solo l’ordine di farlo. Giorni di accanimento da un disegno all’altro: siamo presi per mano. Ed è la grazia – tradizione ed esperienza ingombrano la strada, talento & conoscenza portano il disegno sulla soglia…
Valerio Adami

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MIRABILIA / TERRABILIA URBIS

Dal nostro lunedi – semestrale di scritture immagini e voci ideato e coordinato da Francesco Scarabicchi e Francesca Di Giorgio.

Prima serie Città numero cinque – marzo 2005

Quella sorta di elevazione rocciosa, ora collina, ora montagna e ora depressione che costeggia il Mare Adriatico da Numana ad Ancona, tocca la sua massima altezza ed imponenza proprio intorno e sopra la baia di Portonovo. Poi gradualmente corre verso il nord e si frattura, si sgretola e riprende il percorso serpentiforme allontanandosi o correndo verso il mare. Ora scoglio, ora cròda dolomitica, abbassa e rialza la testa in un andirivieni di sinuosità e articolazioni da sembrare il percorso di un gioco o di una pista circense. L’estrema propaggine a nord si conclude dopo l’ennesima subsidenza (ove é quasi depositato un Anfiteatro di Roma) e come un residuale sussulto, alza la testa fiera divenendo colle e poi scivola definitivamente nel mare, concludendo il suo affannoso ansimare.Questa sorta di montirozzo, quasi un terrazzamento naturale ove si ammira il circostante mare, le belle insenature portuali e più lontane le collinette dell’entroterra, è stato da sempre corteggiato dall’uomo perché dall’alto poteva meglio ostentare, controllare e vigilare; dominare e soprattutto essere individuato. Ma é curioso che questo Colle Guasco non diverrà mai un baluardo di guerra catafratto, ma un baluardo di fede e di spiritualità. Intanto ospiterà i primi insediamenti neolitici ove sorsero capanne tra canneti e fitta vegetazione. Ora si costruisce e poi si abbatte, per poi ricostruire e demolire e il Colle appare come una sorta di sandwich ove si aggiunge fetta sopra fetta: arrivano i siculi e costruiscono, arrivano gli umbri e abbattono, arrivano i siracusani e riprende il lavorìo di un Tempio. Poi é la volta di Roma Repubblicana e quindi Imperiale ed ecco sorgere il Tempio di Venere Eupléa che risplende nel candore dei suoi marmi e beneaugurante conforta il transito dei naviganti. Scendendo verso la spianata del piccolo golfo ecco prolificare una città di mare austera e splendida, ricca e laboriosa. Corredata da servizi portuali e mercantili, abbellita da presenze monumentali: Traiano la volle funzionale e strumentale per i suoi viaggi puntati nella terra di Dacia. I cristiani distruggono il Tempio catulliano ed erigono chiese dedicate ai santi martiri sino al capolavoro architettonico della Cattedrale dedicata ad un santo d’oriente. E sotto, la città si trasforma e si uniforma a nuove esigenze e nuovi stili. Dilata la città e si espande rivestendo l’intero arco della insenatura per poi risalire una nuova collina lambìta da vigne, frutteti e orti. Una splendida città, quindi dalla perfetta tramatura urbanistica, come si usava fare nei buoni tempi antichi. Ancona: ex piccola e grande “Mirabilia Urbis”. Questo é quindi lo scenario e il fondale scenografico di un presunto accadimento onirico che desidero raccontare. Osservo, in una notte senza luna, il laborioso brulichìo delle luci lontane come fosse un rappreso svolo di lucciole vacanti in sosta. Il profilo della collina frontale sembra ritagliato da un cartone nero che si adagia sopra un cielo nero. Dietro, come incassata in una fossa lambìta dal mare sembra ardere (ma forse é soltanto un’impressione) una città e un purpureo bagliore di lucciole impazzite sale lentamente verso il cielo diffondendo come il morbo di una luminosità anomala e malata. Il bagliore, ora sanguigno, sale come un bubbòne infetto e il fumòne assume la parvenza di un corpo informe che rotola, ruota, scavezza, s’inalbera e s’inchina. E salgono spirali come colpi di frusta che, spruzzi e sprazzi di fuoco, farebbero pensare ad un inquieto spettacolo pirotecnico. I colori, ora non più classificabili, incendiano se stessi e la combustione diventa una scodinzolante foresta in fiamme. Lingue sottili e nervose leccano il cielo e coriandoli di fuoco disegnano veloci e indefinibili figure. Una fiamma (o un assembramento di fiamme) particolarmente grassa, si dilata e si contorce, scalcia, scornazza, scodinzola e nel travaglio muggisce, soffia e rantola, s’impenna e si arrovella e par stringere la mascella e gonfiarsi. Quindi un conàto di getti – come surge – si divide in rivoli capillari, tentacoli come braccia annaspanti in cerca di una preda. Ora l’immagine fa pensare ad un enorme pino disseccato e incandescente che ha fremiti e sussulti, si contorce e scorruccia, ma parrebbe aver toccato, come un orgasmo conclusivo, il vertice estremo di uno spettacolo insolito dal quale, assai terrorizzata (come formicaio disorientato) fugge al galoppo una enorme chiazza nera che scivola sulla terra provocando come un fruscìo che squittisce: enormi topi surmolotti si precipitano lontano cercando scampo e rifugio sulle colline. Poi, finalmente la procella prende fiato, palpita, riposa, si placa, stramazza e s’ingorga a pioggerella sopra la città che é come una padella. Un residuo soffione si alza mulinando e tra vapori e ceneri borbottando si estingue a poco a poco. Se non fosse per qualche secco scricchiolìo, nessuno si sarebbe accorto del lento inarrestabile scivolar della chiesa dal monte, che slitta, frana, sdrucciola e si sbuccia, s’accartoccia, si smonta e s’inginocchia. Come una prua al varo, s’infila in acqua nell’atto di salpare e lentamente, come in agonìa, s’innabissa in fondo al mare. C’é qualcosa che induce a non rassegnarsi: la scena popolata da muggiti e gorgoglìì, più che di rumori, non ha avuto testimoni. Tutto intorno é silenzio. La città é deserta. Gli ultimi bagliori di fioca luce scompaiono dietro la collina di cartone nero e gradualmente una notte cupa si ricompone nella sua normalità di una normale notte senza luna. Il mattino seguente, forse per pudore, nessuno parla di quanto è accaduto (o così é parso) nel corso della notte. E io temo persìno di chiedere in giro se sia mai realmente accaduto qualcosa di insolito. Quella notte, nella “Terribilia Urbis”.
Valerio Trubbiani

8 Trubb-Fuga dalla Marca

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LA CURVA DI TOBIA

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“Addentò divorandola in un balzo la salita del Pinocchio; si precipitò giù rapido come un falco sulla discesa breve ma ripida e sulla piana della Baraccola il cuore metallico del suo motore cominciò a ritmare il tempo con la sinfonia della morte. Abbordò sui duecento la curva di Tobia. Gli poteva fare paura? Era una curva di casa. Ma proprio lì, alla svolta, l’attendeva la Morte. Proiettato fuori dalla forza centrifuga, si staccò dall’asfalto e s’infilò nel tragico filare di alberelli e di confini a un lato della strada. Tentò di richiamare la macchina ma gli si parò davanti un paracarro. La sua Mondial schizzò via a sinistra;
egli fu sbalzato sulla destra in un tragico volo. Quando i primi si precipitarono su di lui era già cadavere. Una giovinezza spezzata all’alba dei suoi trentuno anni.”

Così Lamberto Clementi sulla “Voce Adriatica” di lunedì 20 giugno 1955, il giorno dopo in cui Giuseppe Lattanzi, uno dei migliori assi del motociclismo italiano, era tragicamente morto durante la gara Milano-Taranto, una mattina presto in località Ranocchia dell’Aspio vecchio, a nove chilometri da Ancona. Si era fermato, alle 6.30 di una domenica, al posto di ristoro di Piazza della Stazione, nella folla di amici e di sportivi.
Alle 6.43 era in testa alla classifica con oltre tre minuti di vantaggio, appena superata l’ampia curva che si incontrava all’altezza della trattoria della Ranocchia in prossimità delle Terme dell’Aspio.Perdeva il controllo della Mondial 125 e usciva di strada e dalla vita.
Nella camera ardente del negozio “Mondial” di Corso Carlo Alberto passarono, fra le migliaia di cittadini, anche Fausto Coppi e Louison Bobet.Resta un cippo disadorno, in periferia, nel punto esatto in cui s’è spento cinquant’anni fa, dimenticato e ignorato.

5 motook

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PORTE CHE NON ESISTONO PIÙ

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Prima serie Città numero cinque – marzo 2005

Da porte che non esistono più Norma Stramucci Sul crinale di un colle, al centro storico si entra da porte che non esistono più. Anche belle e restaurate, ma che non aprono nulla. Marina, Romana, Nova, Cerasa, San Domenico, San Filippo sono ormai solo i nomi da pronunciare per dire dove si è parcheggiata l’auto. Ho l’impressione che questa parte di Recanati, no­nostante le porte aperte, sia una stanza chiusa, con le sue pareti, il soffitto, i mobili persino. Un luogo chiuso e sereno. Chiuso il tempo in una mescolanza di storia nella quale convivono i merli ghibellini e una parabolica, le vestigia di un libero comune del XII secolo con i parcometri. E al centro della piazza la statua di Leopardi a testa china, chiuso anche lui su se stesso. Chiusa la statua da un reticolo che impedisce di avvicinarsi, mi vieta di cedere alla tentazione di colorarne di celeste gli occhi abbassati. Li guardo come lui guardava la luna, sempre la stessa. Quella statua è rimasta identica a quando ero bambina e non mi apparteneva l’immagine di un poeta fiero e bellicoso in cui non riconosco quel brutto pezzo di marmo che nessuno ha il diritto di toccare. Il tempo di tutta la mia vita ap­partiene tanto a questa stanza chiusa quanto al suo orto-giardino nel quale ci si immerge uscendo dalle porte. Chiuso anch’esso con un recinto fatto di mare e monti, di colline sulle quali sorgono paesi che ci appartengono, poiché fanno parte del nostro orizzonte. Queste le nostre vere mura, non la cerchia che ci vede passeggiare in ogni stagione e che nessuno più associa al nome di Francesco Sforza. Nessuno al confine, nessuno dietro all’Adriatico, al Conero e ai Sibillini; tutt’al più, nella vallata, il ricordo dei Piceni e dei Romani che si confonde e si fonde con le industrie; che a loro volta toccano il grano, le barbabietole, gli ulivi. Come al centro e nei quartieri, nei supermercati e nelle scuole, si mescolano la vecchietta di Monte Volpino, l’asses­sore comunale, la donna in carriera con la badante polacca o rumena, il bambino macedone, il venditore del Senegal, la studentessa vietnamita e l’operaio albanese. Nessuno qui, per rimanerci, arriva da vicino. Tutti arrivano da quel mare che non ci vede che raramente partire. Tutti felici nel nostro borgo selvaggio. Tutti tranne lui, che è voluto fuggire da una terra che palesemente amava. Lui che fa parte di questo mio mondo chiuso, lui che respiro per le strade, col quale devo costantemente fare i conti, dal quale non posso prescindere avendo la presunzione di sentirmi intimamente e formalmente poeta. Lui che ha abbattuto anche per me qualunque porta. Che mi ha reso pos­sibile un’esistenza serena in questo microcosmo, avendomi insegnato la via per riuscire a vedere e sentire, oltre qualunque limite, l’infinità dello spazio e del tempo, e condividere un principio di umana fraternità.
Norma Stramucci

4 porta

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SBARCO AD ANCONA

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Prima serie Città numero cinque – marzo 2005

Dalla nube di polvere di carbone

mi saluta un sorriso tutto bianco.
Ma l’angelo di legno della barca
guarda gli orinatoi tristi e odorosi
improvvisati agli angoli – rivali o amici cari ai cocomeri rossi.

Amici miei gli orinatoi… Ma io
non tendo forse al monte dove trovo
lontano il mare e l’odore perverso
l’adolescente odoroso di fichi?

Sandro Penna

3 Ancona corsini

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SGUARDI

Singolare e plurale, città si orienta verso un’Ancona obliqua e civile, còlta là dov’era e dove sembra non essere mentre il presente parla. nostro lunedì ribadisce la sua vocazione ad offrire un’insolita pronuncia delle cose, un fraseggio del tempo che eviti i “luoghi comuni” aprendosi con il Pericle Fazzini del Monumento alla Resistenza sul Monte Pulito che guarda alla Cattedrale – con i versi di Sandro Penna sulle braci degli anni Venti -, al Campo degli Ebrei – con la poesia di Ermanno Krumm -, al mare e al porto – con le prose di Dino Garrone del ’31 e quella tenera e ferita di Valeriano Trubbiani. Prosegue con la dimenticata meteora Lattanzi – che si eclissò in corsa – e il viaggio in Pinacoteca. Poi il resto, da Erba a Napoli, da New York a Milano, da Roma a Recanati, da Macerata a Bologna, da Falconara all’atlante di Valerio Adami. Immagini e voci.

Francesco Scarabicchi

2 venezia

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DUPLICE

duplice

Amava giocare a scoprire se stesso. Non faceva altro che porsi domande, trovare risposte, scandagliare il suo animo alla ricerca di un qualcosa che lo avrebbe reso diverso dagli altri.

Era come gettare le reti alla ricerca di un pesce mai visto, oppure trovare le infinite combinazioni di un gioco a scacchi.

Voleva dimostrare di sapersi conoscere, era una sfida, lui contro se stesso, ma non si accorgeva dello sbaglio: voleva porre l’unità contro il doppio.

Assorto nei suoi pensieri vedeva la sua vita perdersi nel presente; macchie di colore si sparpagliavano a poco a poco davanti al suo timido sguardo  e inconsapevole di cosa stesse dipingendo, lasciava scorrere il pennello sulla tela in simbiosi con la propria violenza.

Il quadro cominciava a gocciolare, il colore era conteso dai sentimenti, lui si sentiva una cosa sola con la sua creazione, un tutt’uno con il suo modo di esprimersi.

Giocava e si sporcava le mani e i vestiti di tempera, folle sarebbe stato ripensare alla routine quotidiana.

La pioggia era l’unica cosa che riusciva a percepire, insieme alla solitudine nella stanza.

La felicità non volle disturbarlo e ad un tratto l’incantesimo che si era impadronito di lui svanì, facendolo ritornare bruscamente alla realtà.

Cercò invano di ritrovare l’ispirazione, roteava al centro della sala come un’elica trasportata dal vento, come un gabbiano in volo a cui era stata spezzata un’ala.

Sentì un brivido di gioia e dolore risvegliandosi dal sogno.

Di Diletta Bonifazi
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Immagine di Alberto Giardina
PARA-NOIE
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INUTILE

inutile

Il sole era entrato di soppiatto a riscaldare le morbide tende di seta fiorate, voleva accarezzare la sua pelle, cullarla in un caldo abbraccio, senza svegliarla.

Stropicciò gli occhi, ma la troppa luce venuta a darle il saluto la fece ricadere sul cuscino.

Tutt’intorno mobili dipinti, uno specchio, un tavolo, l’ambiente era strapazzato da colori: giallo, rosso, blu, tonalità discordanti che rispecchiavano silenziosamente l’animo di chi amava viverci.

Si alzò dal letto, ancora con addosso la stanchezza della serata appena trascorsa, andò in cucina e preparò del tè caldo canticchiando quella musica che era riuscita, per un momento, a farle dimenticare tutto.

Uno squillo del telefono la riportò alla realtà, sperava fosse lui:

-“ Pronto Stefano?…sei tu?”.

Una voce rauca dall’altra parte della cornetta rispose con una risata isterica che la fece rabbrividire. Riattaccò immediatamente.

All’interno del suo cuore schizzavano, come impazziti, i sentimenti più strani: felicità unita al pianto, sofferenza e gioia, malinconia e soddisfazione.

Non voleva rassegnarsi all’idea di averlo perso. Senza di lui era come percorrere una scala senza gradini, un oceano senza pesci, una tela bianca rimasta intatta.

I ricordi le bombardavano la mente, tutte le cose fatte insieme non facevano altro che accumularsi come una montagna di panni da lavare.

Infreddolita dai pensieri cercava di colmare quel vuoto, ricucire la trama della sua vita ormai strappata.

Le ore rassegnate si susseguivano una ad una, ormai solo la notte e il giorno riuscivano a scandire il tempo di un’anima intrappolata da un amore sbagliato.

Il tè era ormai pronto e il silenzio era l’unico rimasto a farle compagnia. Pensava che fosse inutile continuare così, non darsi pace,  inseguire farfalle al di là di un vetro,  come  le accadeva  spesso nei sogni, si risvegliava sempre prima di riuscire a raggiungerlo.

Trascorse così la sua vita, isolata, come fosse un fiore raro, rimasto nascosto e mai scoperto.

Il tempo volle darle il bacio eterno e questo fu l’unico segno d’amore che ella ricevette.

Di Diletta Bonifazi
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28 agosto 1994

gianni d’elia
tratto da nostro lunedì numero 4 – prima serie – scataglini

a Franco Scataglini

Forse per questo tutto quel vento
da Ancona, un ostro secco e teso
che sventava la bandiera del moletto,
o meglio la stirava, mentre già svelato

aveva lo scaleno bruno del Conero, piú nitido
soltanto nei giorni di bora, verso marzo;
veniva un vento dal tuo grande passo
e dalla tua città, in cui vivo eri morto

da poche ore, passando da uno stato all’altro
e da una stanza a chissà quale antro
o averno ctonio d’ospedale, magari scalzo
sotto una luce verde al neon micidiale;

Franco, Franco, poco fa tre aquiloni sul mare
disegnavano in volute aeree rime, mute
sotto la coda frusciante di quello che piú sale
e insegue un vuoto d’aria che lo tira,

assecondando il ritornare nel cerchio di prima:
io vi vedevo la tua anima certosina…

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dai taccuini

Franco Scataglini
tratto da nostro lunedì numero 4 – prima serie – scataglini

(luglio-agosto-settembre 1984)

talora me sucede c’un oscuro comando acende bòti e fòghi

pianta de melogrà con su polle de bronzo smorce

la labilità dell’evidenza è del cuore

io vedo il filo di linfa dell’essere splendere in un testo, poi il grigio di un pre-giudizio
me lo distrugge

poesia come sviluppo della poesia

lo stoicismo è sempre una nobile faccenda di imperatori traditi

s’inghima a l’impossibile/ sempre el desio più forte/diviso e indivisibile/date fino alla morte

1.
La sua poesia è questa mancanza della sua poesia. La poesia è a se stessa il suo
impedimento a posseder la sua (vita) poesia.

2.
il poeta è…io sono impedimento a me stesso a posseder la mia vita.

I soli si sentono con nessuno. Se stesso, nel solo, diventa nessuno.

L’uomo chiede alla cose future ciò che ora gli manca: il possesso di se stesso: con ciò sfugge a se stesso in ogni presente.

I discorsi si stancano (L’Ecclesiaste)

I fioli de sera/dai nudi genochi/faceva foltiera/per froci e finochi

solitarie severe/ultime sentinele/come  in garrite nere/sui còpi rondinele

i pensieri nascono come sfumature della qualità

stradine di campagna entrano ed escono dalla visuale. Cani, macchine agricole, trattori,
dentro giallastro dorate nuvole di concime, in un acre odore di vecchia merda di stalla.
Si concime l’arato. Agricoltura: estensione. Industria: concentrazione.
Rapporto tra agricoltura ed industria: quella medesima tra panorama e video.

Il merlo svolazza sui rovi come un brandello di velluto.

i quercioli in fondo alla strada: steli d’ardesia in una nube di smeraldine lamelle

spari e botti dai botri (cambio di consonante)

riquadri di vigne sui clivi: sembrano tappeti persinai nelle prime cromie autunnali

il dolce appassimento di Kore dona agli alberi bionde capigliature di sorella

piccolo pettirosso in cima alla guizza più alta, come una bandierina di ruggine sul pennone

poi la natura deve cedere all’inverno tutto il suo splendore autunnale affinché tutto ricominci (le metamorfosi della linfa che di nuovo scorre dalle radici ai rami, dai rami ai pori estremi, aprendo i pugni chiusi delle piccole gemme  ‘(o piccolo ventaglio)

nuvole, bianche tovaglie nei punti diradati della siepe

quasi tutta l’arte è illusione (spettacolo)  – la poesia no

pensiero (contenuto) immagine referenza.

Dov’è la creatura che penso fuori di me, in un punto precisabile e determinabile
dello spazio. Collocare sempre l’altro nello spazio. O nel tempo? Cos’è l’altro quando
è collocato nel tempo, che sùbito volge. E che non può essere pensato vuoto,
come può esserlo, invece, lo spazio (vedi Leopardi)…fuori di me affinché io non lo reifichi, inquinandomi, nella forma di un mio pensiero.

Cascina Pieri. Spari della caccia verso l’imbrunire. Lei mi stringe ogni volta
ma volta la mano che tiene nella sua. Volare di uccellini: come a quelli sembra
a lei si stringa il cuore.

all’imbrunire, quando si addormentano le immagini, e si destano i suoni

ombrosa come un acquario (ma che altro è un acquario?)

Una luna smangiata dai sorci dell’invisibile, come un pallido torso di rifiuto
nel cielo alto del mattino.

La pianta dei zechini piantata nel campo dei miracoli da pinocchio,
ha fruttato nei loti novembrini.

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