Luce di Urbino

Tratto da nostro lunedì – nuova serie
Numero 2

Intervista di Enrico Capodoglio a Paolo Volponi.

Urbinobianchi

Ogni città italiana ha la sua luce, tanto che potremmo compilare una guida turistica basandoci sul modo in cui essa carezza le facciate di Roma o illumina di taglio i portici di Bologna, batte sui tetti di Siena o cuoce i bugnati di Firenze. E specialmente ce ne accorgiamo quando vi siamo nati e nutriamo per essa un amore, fosse pure un disamore trasfigurato e convertito. Non è un caso allora se, quando Paolo Volponi racconta di Urbino, per esempio nella Strada per Roma, le nominazioni della luce si infoltiscono. E non c’è soltanto una luce geografica a contare ma sempre anche una luce storica, che imprime la sua qualità singolare. Siamo nei primi anni Cinquanta, quando l’inquinamento era modesto e la luce più intonata alla natura, e nei quali quasi tutti i personaggi del romanzo, primi fra tutti Guido Corsalini e Letizia Cancellieri, sono giovani, con gli occhi nitidi e una sensualità calda. Volponi è agli antipodi del platonismo, nel quale la luce divinizza dall’alto il mondo, ma anche del materialismo volgare, secondo il quale la luce mostra le cose esattamente come sono, e chi le guarda ne è solo lo spettatore. Se egli è deciso a ignorare ogni simbologia metafisica, vede nondimeno nella luce un bagno mistico naturale, in cui gli uomini e le cose assumono un rilievo esistenziale, diventano intimamente se stessi. La luce è benigna perché è la mediatrice universale, che ammantella dolcemente e mai non mente, neanche dove tutto è crudo: essa è forse un altro nome per l’arte stessa, in Volponi nutrita da tante conoscenze pittoriche. È essa infatti a indicare la nascita, nell’espressione “venire alla luce”, e che cos’altro è la poesia se non nascere, iniziare? Essa segnala la speranza quando diciamo “Finalmente vedo una luce”, e consente di penetrare le cose, allorché le “portiamo alla luce”. Sulla scia di questa intuizione sfoglio qualche pagina del romanzo e subito mi colpisce il modo in cui viene espressa l’angoscia: “Si scaldavano davvero le cose intorno a lui; s’ammalava il tempo, si corrompeva il sole: le cose non avevano più profondità” (200).
O come viene raccontata la gioia: “La giornata gli sembrava immensa e altissima per contenere e illuminare ogni cosa e gli pareva che quei recessi e volte delle torri romane o le discese dei vicoli di via 24 Maggio si aprissero nel tempo oltre che nel fisico della città” (308). E ancora: “Insieme alla propria soddisfazione notò che era sopraggiunta un’altra luce, celeste e molto alta,che smaltava con un colore elettrico i contorni…” (318).
È forse anche dalla Religione del mio tempo, uscito nel 1961 mentre Volponi scriveva il suo libro, che ha assorbito questo sentimento, pensando soprattutto a La resistenza e la sua luce, dove in una sola pagina il lessema ritorna dieci di volte, anche in virtù della clausola: “ed era pura luce”. Volponi ne potenzia però il senso attivo rispetto a quello contemplativo, quasi essa apra ogni giorno lo scenario di un possibile governo degli uomini sul mondo. Nella Strada per Roma molti passaggi ci confortano a intendere la luce non dico come metafora, semmai come espressione, della realtà veritiera; anche per contrasto, come quando l’autore dice che è illusione pensare che il buio sia un amalgama (139). Il buio è buio, non nasconde una ricchezza segreta, è male, è non vita, non vero. Ma è soprattutto dove la realtà si fa crudele, e cioè nella scena dell’agonia del padre di Guido, che l’illuminazione troppo forte della stanza diventa il segnale più accecante del vero.
A questo duplice senso della luce, come realtà che è dovere guardare negli occhi e che ammantella dolcemente (come nei paesaggi pasoliniani), è contrapposto il sole, specialmente del Sud o anche di Roma, che raschia (291), sbatacchia (332), è intriso di carica distruttiva (344), secondo uno stile del sentire presente in modo sfolgorante nel Gattopardo, per cui il sole è violento mentre la luce è materna. È conseguente quindi che le nominazioni del sole nel romanzo siano molto più rare e, direi, avverse: il sole batte la piazza in un vortice rovente (328), mentre la sua luce rende tutto visibile e conoscibile. È quello che accade di fatto, d’accordo: il sole abbaglia e la luce fa vedere, ma è in ogni caso dal sole che la luce emana, sicché fa pensare che il valore di forza paterna e divina del sole venga quasi ignorato. La luce artificiale è invece frequente metafora civile, contrapponendo la luce pubblica al buio desolato delle campagne. In ogni caso la luce per Volponi è un’energia fisica, corpuscolare e ondulatoria, che entra in azione di continuo: divide la stanza (6), taglia le persiane (24), fascia le cose (27), fa vibrare la spiaggia (40), si affila sul petto (45), fa sembrare piegata la città (50); tiene in circolo i volti (134), dondola (152), tocca le cose (175); s’accumula (189), si deposita (255), rimbalza, (255), schiuma (365). E Urbino è la più potente calamita della luce: in tutta l’opera di Volponi si infittisce la sua presenza, soprattutto di quella naturale, quando i personaggi si trovano nella città natale, come in Corporale, dove dilaga nella seconda parte quando Gerolamo Aspri, lasciata l’industria, vi cerca riparo. È singolare che in questo grande scrittore, restio a ogni mitologia del passato preindustriale e ricco di esperienze poliedriche, sia tale la potenza del paesaggio urbinate da trasfigurarne lo stile, orientandolo verso quella visione epifanica della realtà, anche in contrasto con la sua poetica del conflitto e della rivolta, che la luce dischiude.

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Il mondo, ma anche del materialismo volgare, secondo il quale la luce mostra le cose esattamente come sono, e chi le guarda ne è solo lo spettatore. Se egli è deciso a ignorare ogni simbologia metafisica, vede nondimeno nella luce un bagno mistico naturale, in cui gli uomini e le cose assumono un rilievo esistenziale, diventano intimamente se stessi. La luce è benigna perché è la mediatrice universale, che ammantella dolcemente e mai non mente, neanche dove tutto è crudo: essa è forse un altro nome per l’arte stessa, in Volponi nutrita da tante conoscenze pittoriche. È essa infatti a indicare la nascita, nell’espressione “venire alla luce”, e che cos’altro è la poesia se non nascere, iniziare? Essa segnala la speranza quando diciamo “Finalmente vedo una luce”, e consente di penetrare le cose, allorché le “portiamo alla luce”. Sulla scia di questa intuizione sfoglio qualche pagina del romanzo e subito mi colpisce il modo in cui viene espressa l’angoscia: “Si scaldavano davvero le cose intorno a lui; s’ammalava il tempo, si corrompeva il sole: le cose non avevano più profondità” (200).
O come viene raccontata la gioia: “La giornata gli sembrava immensa e altissima per contenere e illuminare ogni cosa e gli pareva che quei recessi e volte delle torri romane o le discese dei vicoli di via 24 Maggio si aprissero nel tempo.

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