Premessa alla Carità del reale

“[…] in che modo questa letteratura marchigiana deve essere inserita nel quadro della letteratura nazionale?” È quanto si chiedeva, da Urbino, il 10 aprile del 1971, Carlo Bo redigendo la prefazione all’antologia Scrittori marchigiani del Novecento firmata da Carlo Antognini (1937-1977) e pubblicata da Gilberto Bagaloni Editore, in due volumi (narratori e poeti), nel maggio del ’71, nella collezione “Lo scrigno”.  Poco più avanti, Bo si spingeva ad affermare: “[…] innanzitutto il contributo marchigiano è stato essenziale, la voce degli scrittori dell’antologia si è innestata nel grande coro del discorso comune e in qualche caso lo ha preceduto, lo ha inventato, sollecitando visioni e suggestioni del tutto nuove. “

Fernando Mariotti

Il Novecento letterario e artistico delle Marche (nelle Marche) è una delle esperienze più singolari dell’Italia per qualità e quantità di autori. Attraverso la voce in versi e in prosa di alcuni dei classici della tradizione si percorre il sentiero – oggi più visibile man mano che la distanza storica si accentua – che segna la presenza di figure fondamentali eppure toccate più dalla luce dell’ombra che dalla trasparenza, non possedute come un patrimonio dell’umanesimo delle “province” e del secolo scorso, non conosciute come meriterebbero, tra verismo e intensità lirica, tra concretezza e natura, tra impeto e passione. Le loro “musiche” articolano un’armonia di registri e timbri davvero inconfondibili e confermano la profonda vocazione ad una contemporaneità che li avvicina e ne rivela le pronunce sensibili, ne accosta lo stile e i sensi, dona di ognuno il mondo nascosto delle poetiche, la tremante prossimità con la vita, l’arresa dedizione alla bellezza.

Il rischio che questi ed altri autori hanno corso è stato ed è quello della purezza, sorta di insegna che li illumina e li cristallizza in quell’intatto “mondo delle origini” che li avrebbe salvati, visto che “la storia ha saltato le Marche e così ha salvato la vita della poesia”. Forse  così non è stato, forse così non è e nella consistenza delle scritture e degli universi, nella loro singolarità e originalità c’è, a ben guardare, una “impurità” che li libera anche là dove la tensione lirica parrebbe esaltare quel bagliore candido che li cinge come una corona. Proprio per valutarne l’essenzialità, la caratura della voce,  le visoni, la tenuta e la eventuale attualità della loro opera, si è voluto azzardare scegliendo la via  della scena, offrendo la parola nuda, tra versi e prosa, per verificarne la concretezza, la resistenza al tempo, ora che una distanza siderale separa noi dai poeti Acruto Vitali, Scipione, Franco Matacotta, Paolo Volponi, Luigi Di Ruscio, Franco Scataglini, Massimo Ferretti e dai narratori Giulio Grimaldi, Bruno Barilli, Mario Puccini, Fabio Tombari, Dino Garrone, Bruno Fonzi, Luciano Anselmi. Cancellati o perduti i punti di riferimento del Novecento, aumentata la velocità con cui si brucia e consuma la vita individuale e collettiva, personale e sociale, sparigliato il mazzo delle carte, ridotte o azzerate le memorie storiche d’ogni ordine e grado, sceso il livello quantitativo e qualitativo della lettura come educazione, formazione e patrimonio di una generazione, cosa resta alla parola scritta per poter ancora contribuire a nutrire l’immaginario, per conquistare le sponde dell’esperienza, della conoscenza, per definire l’ordine del pensare, grammatica e sintassi di una possibilità di testimoniarsi nel mondo, tra logica e stile, tra efficacia e utilità, proseguendo la domanda sulla verità e sul senso dell’esistere?

Si è tentata la carta della drammatizzazione anche per valutare quel tanto di teatralità che una strofa o un brano possono contenere nelle loro trame, nelle loro fatture, nell’invisibile rete del disegno che precede la pagina e la determina. Si è anche tentato, nella scelta degli autori, di accostarli per differenze, per gradi di intonazione e pronuncia, per diversità di provenienze e di “mondi”, quasi per contrasto, prediligendo una linea lirico-esistenziale che segnasse la vocazione ad un nuovo umanesimo che le Marche hanno perseguito con tenacia e ostinazione come una profonda vocazione a non tentare altre derive. La scommessa, se di scommessa si tratta, è quella di riuscire a far vedere le parole, a toccarle con le dita dei sensi, a capirne e a conoscerne la forma e l’idioma, a sentirne l’odore, a percorrerle con lo sguardo sensibile, a rammentarle, a impossessarsene, a rubarle, a farle proprie, se fra quelle parole ognuno ravviserà ciò che scandisce il “come” oltre che il “che”, nella davvero imperscrutabile trama del reale che gli autori qui compresi – e gli altri che compongono l’intero corpo del ventesimo secolo – hanno saputo attraversare ed esprimere, come pochi, nella solidità di una lingua concreta e asciutta, essenziale e limpida, aderente alle cose, secondo la lezione del “contemporaneo” Leopardi.
Così il ventesimo secolo letterario accorcerà la strada per giungere a noi o saremo noi a muoverci per incontrarlo e considerare quanto di esso è stato traghettato nel nuovo secolo e nel nuovo millennio. Vale anche per le generazioni giovani che sanno nulla o pochissimo di ciò che le ha precedute, soprattutto in letteratura. Figlie di una regione prolifica d’arte e di scritture, ignorano la tradizione che li precede e dalla quale originano senza saperlo.
La portano a loro insaputa, ne fanno parte inconsapevolmente. Teatri della poesia, insomma, per conoscere le voci che si sono espresse nei decenni che abbiamo accumulato, nei corridoi del  tempo, nelle sue “gallerie”, come voleva lo spagnolo Antonio Machado. Teatri per qualificare la visione dell’ulteriore della pagina, per raccontare i racconti, per dare corpo e suono e gesto a ciò che la scrittura in sé possiede, per rivelare o svelare il mistero che non c’è, per affidarsi al vero della vita, al suo dono, alla carità del reale.

Francesco Scarabicchi

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