L’Officina pratese

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Si è inaugurata il 13 settembre “Da Donatello a Lippi – Officina pratese ”. La mostra mette in luce l’importanza che ha avuto questo territorio per lo studio del Rinascimento italiano. Come ha affermato anche Keith Christiansen “non si può capire il Rinascimento senza conoscere Prato”.
L’esposizione riporta in città alcune delle opere qui realizzate, pitture e sculture, e oggi esposte nei più grandi musei del mondo.
È importante sottolineare come la storia artistica della città si snodi intorno alla reliquia della sacra cintola (cinta dell’abito di Maria), conservata nel duomo della città. Grazie a questo “pezzetto di stoffa”, Prato è stata nei secoli meta di pellegrinaggio, numerose personalità tra cui san Francesco, san Bernardino, e molti dei maestri dei Rinascimento italiano ne hanno fatto tappa. La cattedrale divenne così uno dei più alti esempi di questa stagione artistica straordinaria. Grazie a questa fama arrivò a Prato a metà del XV secolo anche il frate pittore Filippo Lippi, che con le sue Madonne e uno stile narrativo inconfondibile ricrea, per usare un’ espressione di Andrea De Marchi , un “teatro degli affetti” che conduce lo spettatore verso un dialogo sensibile attraverso il racconto dell’intimità proposto dai soggetti raffigurati. Pittore che ha saputo attingere dall’esperienza di Masaccio, dallo stile celestiale di Beato Angelico e dalle forme di Donatello una poetica molto personale e inconfondibile. La mostra ha come fulcro d’indagine l’opera di Lippi e la sua bottega che si sviluppò dopo il suo passaggio nella città, la prima parte della mostra è dedicata alla giovinezza dell’artista e agli artisti a lui vicino come Paolo Uccello e Donatello, per proseguire con l’opera del figlio Filippino Lippi e il suo allievo Fra’ Diamante.
Tra le numerose opere esposte, è presente il capolavoro del tondo proveniente da Palazzo Pitti a Firenze (1452-1453), dove oltre al rapporto armonioso delle figure si staglia nello sfondo uno spazio prospettico rinascimentale all’interno del quale vengono presentate altre scene come la nascita della vergine e l’incontro con Gioacchino e Anna. Il figlio di Filippo Lippi, nato dall’unione con Lucrezia Berti prima di diventare allievo di Alessandro Botticelli, lavorerà nella bottega del padre, esordirà a Prato per poi allontanarsi e ritornare in età matura, anche lui presente in mostra.
In mostra sono presenti opere, come accennato, di Paolo Uccello, che della prospettiva ardita sarà uno dei massimi rappresentanti ma anche pittori vicini a Beato Angelico come Zanobi Strozzi, presente anche Fra’ Damiani e la scultura di Donatello, Bernardo Rossellino, e le terrecotte di Luca della Robbia, solo per citare alcuni dei nomi più noti, i quali riproducono in versione tridimensionale la stagione irripetibile che fu il Rinascimento.
La mostra prevede la visita all’interno del Palazzo Pretorio, da oltre 16 anni chiuso per restauro, e prosegue all’interno della cattedrale di santo Stefano dove è possibile ammirare oltre allo straordinario pulpito esterno di Donatello e Michelozzo (1430-1438), gli affreschi di Paolo Uccello nella cappella dell’Assunta (1435-1436), di Fra Filippo Lippi nella cappella Maggiore (1452-1465), cappella del Sacro Cingolo opere di Giovanni Pisano, Agnolo Gaddi e Maso di Bartolomeo del XIV e XV secolo. Non meno interessanti le altre cappelle e opere interne come il bellissimo pulpito di Mino da Fiesole e Antonio Rossellino (1469-1473).

Una mostra veramente imperdibile.

Info:

Sede: Museo di Palazzo Pretorio, Piazza del Comune, Prato

Apertura al pubblico: Dal 13 settembre 2013 al 13 gennaio 2014

Orari:
Aperto tutti i giorni dalle 10 alle 19
Chiuso il martedì e il 25 dicembre
La biglietteria chiude un’ora prima

Informazioni e prenotazioni:
Tel. 0574 – 1934996
Biglietto intero 10 euro/ ridotto 7 euro
Biglietto integrato mostra e duomo 11 euro
Per maggiori informazioni consultare il sito:
Sito: www.officinapratese.com

Francesca Luslini

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È di moda una favola

Inventano mondi non ancora immaginati. E per farlo sono capaci di far bere
il tè a una signora accanto a un leone, o trovare un albero di Natale in agosto.
Oltre a fotografi e modelle, ora i set designer sono i nuovi protagonisti.

SHONAWALKER

Nel saggio On photography, Susan Sontag scrisse che il pittore costruisce qualcosa
di nuovo, mentre il fotografo svela l’esistente. Non aveva ancora visto all’opera
Tim Walker, tra i più incredibili e noti fotografi di moda, capace di far muovere
le modelle nel bosco come fatine smarrite, o ritrarre signore eleganti che prendono il tè con leoni da circo. Accanto ai grandi autori della fotografia di moda c’è un folto gruppo di set designer, creativi ingegnosi, a metà strada tra il pittore e il fotografo, allo stesso tempo creatori e inventori che rendono possibili e reali mondi meravigliosi.

“Production designer? Scenografa? Io mi definisco principalmente un’interprete.
Traduco le idee dei fotografi o di aziende come Hermès o Sonia Rykiel e le realizzo, tridimensionali, vere concrete, davanti agli occhi di tutti”, racconta Fabienne Eisenstein,
tra i nomi di punta di questa professione che ormai vanta vip e famosi, al pari di fotografi
e modelle. “You don’t take a picture, you make it”, non si scatta una fotografia, la si crea. E come si fa? Disseminando le immagini di simboli e storie. Oggetti, colori, mobili, dettagli, carte da parati, lampadari diventano simboli, metafore, ricordi.
“Le forme dure e appuntite raccontano atmosfere di rabbia, i colori pastello e le forme fluide mostrano la pace dell’universo. E poi gli specchi per parlare di vanità,
torte dalla forma fallica per seminare indizi di sesso e passione”, spiega Fabienne.

“Non so se la gente colga tutta la ricerca che c’è dietro a uno scatto, i riferimenti cinematografici o letterari, ma non importa.
L’immagine diventa multistratificata, densa e non banale. Può incuriosire o disturbare
o riportare alla memoria qualche cosa.
Io cerco di proiettarmi in avanti aggiungendo elementi al lavoro creativo, artistico, filmico
e fotografico fatto fino a ora”, racconta Mary Howard, set designer e autrice
della scenografia creativa dell’ultima campagna di Louis Vuitton.

Sara Foldenauer, tra i clienti Target e Anthropologie, punta invece sul minimalismo di idee, pochi tratti decisi e se possibile sproporzioni, colori e oggetti giganti che rovesciano gli equilibri tradizionali.” Adoro disegnare cose fuori misura, enormi, come il fiore di due metri per Marshalls o verdure grandi come pecore nei servizi di moda. Non sono una grande fan dell’era digitale e di Photoshop, preferisco costruire cose vere.”

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(articolo a cura di Leonora Sartori, tratto da D Repubblica, Anno 18° N. 858)

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Hotel Residence #3

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Batouly e Pacifico stringono la mano alla donna e al marito che ancora non parla l’italiano. Pochi minuti dopo sono di nuovo in ascensore. Scendono al piano terra e si ritrovano nell’ingresso dell’Hotel Residence, con l’andirivieni di donne e uomini africani e slavi che entrano e si riversano su e giù per le scale. Ci sono le cassette della posta imbullonate alle pareti, sono gigantesche scatole di alluminio argentato che sembrano grattacieli in miniatura, tappezzati di etichette di carta con una miriade di cognomi stranieri scritti a penna. Fuori, nel cortile, l’energia cinetica dei bambini è vorticosa. Tutti in cerchio girano in bicicletta come rondini, con le magliette colorate, le guance porporine e le urla cristalline. Per Pacifico ciò che più conta è affondare le mani nell’urna magica della lontananza e quel luogo è lontanissimo da lui, eppure è come se ci fosse già stato, come se vi avesse già cercato rifugio dopo una fuga da casa, una rottura.

Batouly lo conduce in una delle gallerie di cemento che attraversano il piano terra del Residence e mettono i quattro cortili in comunicazione fra loro. Il palazzo è sopra le loro teste, squadrato, rosso, pulsante di volti, carico di relitti che sbocciano da ogni nicchia. Sbucano su un altro cortile sovrastato da una parete altissima di balconi. C’è una pista di pattinaggio e in mezzo felpa rossa e felpa nera giocano con altri bambini. Calciano un pallone, sono concentratissimi. Batouly li richiama a sé con un gesto: “Accompagnate il signor Pacifico nei sotterranei”, comanda ai due. Felpa nera e felpa rossa sembrano contrariati, quasi perplessi ma smettono di giocare mentre Batouly si congeda da Pacifico. “Spero che racconterai solo quello che hai visto, che non inventerai nulla”, gli dice prima di torna indietro e imbucarsi nella galleria di cemento per risalire nel suo appartamento, sospeso sull’orizzonte della costa in uno dei diciassette piani del grattacielo.

“Allora vieni, ti portiamo nei sotterranei del Residence”, dicono felpa nera e felpa rossa e imboccano una rampa che scende di fianco alla pista di pattinaggio e porta nei garage sotterranei. Sul fondo, aprono una porta di ferro verniciata di verde e entrano. Dentro è scuro, la luce che arriva passa dai varchi di areazione sul soffitto.

“I garage ora sono tutti vuoti” dice felpa nera, mentre cammina lungo una grande galleria dove a destra e a sinistra si susseguono saracinesche rugginose. Il soffitto invece è venato di tubature. Fasci di cilindri che si snodano sopra le loro teste come inesplicabili nervature. Pacifico si ferma e guarda fra le grate d’una delle saracinesche sbarrate. Dentro vede una Fiat 500 coperta di polvere, sembra posare addormentata, dimenticata da qualche decennio con le sue curve di lamiera miti, come un relitto che si è perso per strada, che è riuscito a sfuggire alla coscienza e alla memoria.

Poi arrivano a una biforcazione, imboccano una delle due gallerie sotterranee. Sentono dei rumori, in lontananza c’è qualcuno ma i due bambini non si spaventano. Un garage ha la porta basculante sollevata e dentro due neri  con movimenti veloci maneggiano delle borse foderati di plastica, le tirano fuori da degli scatoloni. Gli scatoloni sono dappertutto, impilati uno sull’altro, sembrano cadere. La plastica dell’imballaggio scrocchia sotto le dita dei due neri che si girano fra cataste di borse Gucci e Louis Vuitton, tra giacche e magliette dal marchio Prada. Mentre rimestano in quei mucchi alcuni capi  cascano dagli scatoloni ricolmi. I due si accorgono di Pacifico e si fermano per un attimo a fissarlo, uno sorride impercettibilmente, lo guarda con occhi sottili e poi continua il suo lavoro troppo indaffarato per smettere e preoccuparsi di qualcuno che non sia un poliziotto. “Tu lo sai che qua è pieno di ambulanti? Soprattutto d’estate, quando vengono da tutta Italia a vendere la loro merce. La tengono qui sotto, nei sotterranei, oppure negli appartamenti. Ci sono tanti piccoli laboratori di merce taroccata nelle case, con le persone che fabbricano tutte queste borse e vestiti falsi”, fa felpa rossa. “D’estate il palazzo si riempie come un uovo. Diventa pieno di ambulanti che arrivano da tutta Italia, da Milano, da Bergamo. Dormono qua per farsi la stagione”. Pacifico osserva i box garage, sembrano bocche scure che trattengono pezzi della nostra coscienza. Sopra quell’oscurità ci sono diciassette piani d’alveare e i popoli che abitano lì sono i custodi inconsapevoli di tutto quell’oblio, di quel reliquario, dell’emorragia di merci abbandonate e contraffatte che abitano il fondo della nostra anima. Loro senza saperlo sono venuti a liberarci dei nostri brutti sogni, dalle nostre colpe ancestrali.

Felpa nera e felpa rossa non si curano dei due uomini che trafficano borse contraffatte nel garage ma camminano oltre. Arrivano in un androne pieno di cassapanche e armadi rovesciati, di oggetti fracassati, di cartacce appallottolate. Pacifico si ferma a guardare qualcosa di colorato che sta lì per terra. Sono delle fotografie, tre o quattro, sparpagliate sulle piastrelle cremisi del pavimento e coperte da una patina di polvere granulosa. In una delle foto c’è una donna africana. Ha le gambe fasciate in dei pantacollant di pizzo e le labbra turgide per il rossetto viola. La donna, appoggiata allo stipite di una porta, guarda dritta e imbambolata. Più in là, su un’altra foto, un’altra donna africana è ritratta in primo piano. I capelli ricci, le mani in tasca, una giacca stretta che la slancia e una camicia bianca dal collo a becco. Su una terza foto c’è un gruppetto di donne con indosso abiti policromi, sembrano sorprese dallo scatto. Sono a una festa, si guardano intorno non prive di una sensualità che incuriosisce. Pacifico si stacca dalla visione delle foto e dallo strato di polvere che vela le immagini e le rende più familiari, più consumate. Alza la testa e gli occhi gli cadono sopra una grande svastica sbilenca che qualcuno ha disegnato con lo spray sopra una pesante porta di metallo aperta sul corridoio sotterraneo. Chissà chi l’ha marchiata lì? Se qualche ragazzino scemo o un esaltato, un povero idiota come tanti, pensa Pacifico prima di dire “andiamo via” a felpa rossa e felpa nera che lo attendono guardandosi distrattamente attorno e che scattano a quella richiesta come due ranocchi impazienti. Felpa nera e felpa rossa lo guidano dentro un corridoio stretto come un budello, pieno di altre porte color crema e fasciato di tubi polverosi che cadono a pezzi. Si infilano in una stretta rampa di scale, in cima filtra già la luce del cielo, salgono, aprono una porta e sono fuori, all’aperto.

Ora sono in un altro piazzale, uno dei quattro quadrilateri disegnati dalla pianta a croce del grattacielo. Pacifico avvista subito un uomo corpulento, peloso, con la pelle olivastra e gli occhi che sembrano avvolti da una membrana. È lì, che presidia un angolo del piazzale. Si guarda intorno simulando disinteresse, fa come chi è solo di passaggio e  non vuole chiedere nulla, non vuole interagire con lo spazio attorno. Ma la sua dissimulazione è così recitativa da apparire volutamente artefatta. Scorre qualche istante e arrivano un ragazzo e una ragazza, sbucano dal parcheggio passando silenziosi fra le carrozzerie delle auto. La ragazza è pallida, vestita di nero. Ha le gambe magrissime e le articolazioni dei ginocchi sono così sproporzionate rispetto coscia e femore da sembrare due bubboni calcificati. Il ragazzo, al suo fianco, ha i pantaloni a tubo, scarpe da tennis sudice, volto grigiastro e patinato di sudore acido da ragazzino invecchiato. I due vanno dritti dall’uomo che piantona il marciapiede, parlano un attimo, armeggiano, confabulano, si passano un minuscolo  quadrato di carta stagnola, poi dei soldi, poi la ragazza e il ragazzo camminano via, veloci e soddisfatti, scompaiono di nuovo nel parcheggio da cui sono sbucati, hanno compiuto la loro missione, rimediato quella sostanza che, consumata nel rito, li renderà rilassati, eccitati, euforici, meditativi, impauriti, nel chiuso del tinello di casa loro. Ora l’uomo grasso con gli occhi opachi è di nuovo il perno di tutta la scena, è di nuovo inoperoso e fissa con insistenza Pacifico. Alcuni gabbiani garriscono nel cielo color cenere, vorticano  attorno le scheletriche scale antincendio del palazzo. Felpa nera e felpa rossa si sono tenuti un po’ distanti dalla scena dello spiaccio. Hanno lasciato  Pacifico avventurarsi da solo nel parcheggio dove gli italiani vengono a comprarsi la roba. Ma è arrivato il momento di andare, così lo richiamano a loro, gli fanno cenno di seguirlo e riconducono Pacifico davanti ai portoni d’entrata del Residence. “La droga se la vengono a prendere tutte le sere. Una mattina hanno trovato un morto qua dietro, in un campo. Sotto un albero, sembrava dormisse”, dice felpa nera. E poi l’altro, felpa rossa, continua: “Una volta i nostri genitori volevano mandarli via, agli spacciatori. C’è stato un macello una notte. Si sono presi a urla, quasi a botte. La gente del Residence, i padri e le madri che lavorano sono riusciti a cacciare gli spacciatori dai cortili. Ma poi ecco che i giorni dopo gli spacciatori sono tornati di nuovo. Sono arrivati in gruppo. Avevano spranghe, bastoni. Uno teneva anche una accetta lunga in mano. Hanno fatto tanto casino, spaccato vetri, poi sono andati via. E poi sono ancora tornati e hanno ripreso tutte le loro postazioni e tutto è tornato come al solito”. All’ingresso del Residence e tutt’intorno al quadrilatero del cortile ci sono alcune panchine e seduti sulle panchine è pieno di anziani che si guardano attorno e discutono a bassissima voce. Hanno le barbe bianche, indossano copricapi e abiti lunghi e vaporosi. Pacifico osserva il groviglio delle biciclette che arrugginiscono sulla rastrelliera. Si sentono bambini giocare, le loro grida riecheggiano nei cortili, fra le facciate del Residence e le parabole sui balconi che si abbeverano delle onde magnetiche nel cielo. Pacifico vorrebbe incontrare ancora Batouly, ora che è a un passo dal cancello e sta per uscire. Invece arriva un uomo piccolo, brizzolato, dallo sguardo carnoso. Sbuca dal fondo del cortile e felpa nera e felpa rossa appena lo vedono non riescono a trattenersi e gli si fanno subito incontro. È loro padre. Quando Pacifico s’avvicina l’uomo gli stringe la mano con l’atteggiamento sicuro di chi è avvezzo a parlare in pubblico: “Spero che oggi lei abbia imparato qualcosa. E che i miei figli si siano comportati bene. Si vergognano, loro, di vivere qua, in questo posto. Perché tutti qua attorno dicono che è un ghetto, un palazzo pieno di sbandati. Ma non è vero, siamo brave persone. Vogliamo solo vivere in pace. Il nostro problema è  che siamo tappati qui, rinchiusi, isolati in questa torre di cemento, tagliati fuori da tutto il resto della città”. Mentre il padre parla felpa rossa e felpa nera sono già sgattaiolati chissà dove, verso antri e luoghi nascosti del residence che solo loro conoscono. Tra non molto è ora di pranzo, Pacifico sente la fame.

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Marco Benedettelli

Marco Benedettelli, giornalista professionista, collabora con varie testate nazionali.

E’ fra i fondatori e direttore responsabile di “Argo, rivista di esplorazione”.
Nel 2012 ha pubblicato la raccolta di racconti La regina non è blu.

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Mapi Guerrini

“Fotografa con tutto ciò che fa click…ma predilige la sua Nikon d800 e, quando ha tempo, l’Hasselblad analogica”

Le foto vanno guardate ascoltando Sakamoto “Hearthbeat”

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Mapi Guerrini nasce ad Ascoli Piceno, una bellissima città dove non metterà radici, restandoci solo pochi giorni.

Grazie al continuo peregrinare in numerose città,
conoscerà realtà diverse che le insegneranno l’amicizia, l’adattamento, la molteciplità e l’incontro con la gente e l’abilità nel traslocare.

Tornata ad Ancona, dove la sua famiglia ha le origini e le strade portano nomi familiari, si laurea in ingegneria ed inizia ad incrociare il mondo, con se stessa e la compagnia di una macchina fotografica, ricevuta in regalo dal padre, e che, strada facendo, le diventa indispensabile per la cattura di un “oltre ciò che si vede”

Attraversa l’analogico con il grande format, la polaroid, la camera oscura,
e inevitabilmente affascinata dai sistemi binari, approda alla fotografia digitale e alla sua immediatezza immagignifica.

Per lei la fotografia diventa un complemento insostituibile e inossidabile, è completamento, “non passa un giorno che non scatti una foto” (come ha già detto Avedon) ed essendo alla ricerca di un linguaggio che si esprima là dove le parole sembrano non bastare, non si stanca di fotografare cieli, strisce pedonali, ritagli di realtà, avanzi di frigorifero…lasciando però gli umani sempre fuori dalle proprie visioni.

mp.guerrini@tin.it

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Il monumento

Tratto da nostro lunedì – nuova serie
numero 2
Articolo di Silvia Cuppini
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Quando Paolo Volponi nel 1991 ha donato alla Galleria Nazionale delle Marche – Urbino tredici quadri dalla sua collezione, accludendo la breve clausola: «che i dipinti siano
sempre esposti in un’unica sala, che vi sia una targa col nome del figlio», intendeva attribuire alla donazione il valore di monumento commemorativo del figlio Roberto morto a 27 anni in un incidente aereo.
Le opere racchiudono il segreto di una storia che può solo essere intuita. Cena della Sacra Famiglia. Il dipinto intende significare la morte e resurrezione di Cristo: la scena infatti evoca sia il momento della benedizione del pane e del vino dell’ultima cena che il gesto che rende riconoscibile Cristo risorto agli apostoli in Emmaus.
Il tema, raramente rappresentato, è forse premonizione della tragica separazione e se così fosse svolge il ruolo di dedica alla memoria.
Madonna col Bambino. Fra i cinque dipinti appartenenti al XIV secolo la non comune iconografia della Vergine che ruota l’orecchio del Bambino verso il fedele ha certamente colpito Paolo Volponi sul tema della parola e dell’ascolto. L’artista, il pittore, il poeta hanno solo i frutti della loro arte da offrire come olocausto a scontare la paura che deriva dalla colpa. La scelta di questo dipinto nella collezione risponde forse a questa esigenza del poeta: è la parola sotto forma di poesia o prosa che deve giungere diretta alle orecchie di quel Bambino, dal quale riceve l’ascolto vero e totale, perché dipingere, scrivere appartiene allo spazio dell’invocazione. E proprio dalla parola e dal racconto derivano il tema Ruggero libera Angelica di Giovanni Lanfranco, Riposo durante la fuga in Egitto del Mastelletta, San Pietro in carcere e la Cleopatra del Guerrieri, la Lucrezia di Pietro Ricchi e L’Arcangelo Gabriele e la Vergine Annunciata di artista marchigiano del XV secolo.
Ruggero libera Angelica. Il dipinto mette in scena il penultimo atto della liberazione di Angelica da parte di Ruggero al termine del decimo canto dell’Orlando Furioso. Il paladino dopo aver sottratto Angelica alle brame dell’Orca la fa salire sull’ippogrifo e atterra su una spiaggia della Bretagna. «Sul lito un bosco era di querce ombrose, / dove ognor par che Filomena piagna; / ch’in mezzo avea un pratel con una fonte, / e quinci e quindi un solitario monte». Il pittore rappresenta l’accendersi del desiderio di Ruggero che abbraccia il bel corpo nudo di Angelica per facilitarne la discesa dalla cavalcatura alata; la fanciulla mostra nell’indice destro l’anello magico di Melissa che di lì a poco la farà scomparire, lasciando di sé solo il desiderio. La scena si apre sul paesaggio di colli e lontano del mare: «solo molto lontano, dietro i Sassi di San Simone e al di là del Catria, poteva esserci qualche sera una striatura nel cielo, una striscia azzurra che però metteva paura, come se da quella parte crollasse qualcosa bruciasse un fronte ignoto.» (La strada per Roma). Come nel quadro seguente il paesaggio tende a farsi protagonista del racconto: la donna e il paesaggio sono irraggiungibili, espressione di un desiderio eternamente inappagato.
Riposo durante la fuga in Egitto. Anche in questo dipinto una scena di vita domestica, come nella Cena della Sacra Famiglia, dilata in chiave simbolica lo scarno racconto dei Vangeli: il Bambino, in braccio a Giuseppe, mentre riceve dall’angelo un frutto, simbolo del sacrificio (il frutto rosso allude al sangue che Cristo verserà sulla croce), è sotto lo sguardo intenso della Madonna, che, lavando i panni su una pietra, esplicita il senso del futuro sacrificio compiuto per lavare i peccati del mondo. A destra un altro angelo tiene un braccio sul basto dell’asino e con la mano sinistra tira le redini: un tacito invito rivolto al credente di sottoporsi volentieri alla legge di Cristo.
San Pietro in carcere. Dal paesaggio al carcere, dall’incubo del paesaggio alla liberazione dal carcere: è cambiato lo scenario. L’immagine discende dal racconto degli Atti degli Apostoli (12, 1-9): «Ed ecco gli si presentò un angelo del Signore e una luce sfolgorò nella cella. Egli toccò il fianco di Pietro, lo destò e disse: “Alzati, in fretta!”. E le catene gli caddero dalle mani. E l’angelo a lui: “Mettiti la cintura e legati i sandali”. E così fece. L’angelo disse: “Avvolgiti il mantello, e seguimi!”. Pietro uscì e prese a seguirlo, ma non si era ancora accorto che era realtà ciò che stava succedendo per opera dell’angelo: credeva infatti di avere una visione». La punta della lancia si incrocia, al centro del quadro con il lembo della sciarpa ornata di frange dell’angelo perché è sogno, visione, per raccontare che la leggerezza, la libertà prevale sulla forza e la costrizione, ma anche per ribadire la forza mitopoietica dell’arte, pura visione. Un riscontro si ritrova nella poesia di Volponi, nel linguaggio franto della sua poesia, La durata della nuvola: « Non il muro, il selciato; ma il piede, il mio, / seppure così lontano da me, tagliato / e trattenuto dalle catene di remote / terribili quanto vagheggiate prigionie; non quelle ore luminose o scure / tra quelle piazze e pareti, / ma la rovente, rapida sfera / del mio non vedere, non capire, non sentire / erano le cose e le misure della mia verità, / i segni della mia potenza.» Il monumento commemorativo vuol essere anche la continuazione del dialogo fra padre e figlio oltre la morte, Volponi affonda nelle immagini un bagaglio segreto di parole. Lucrezia. Nei monumenti funebri barocchi non manca l’enfatizzazione delle figure simboliche: il corpo appena illuminato di Lucrezia, lo sguardo rivolto in alto prima del gesto fatale rimanda alle statue delle virtù plasmate dal Bernini o dal Borromini. Cleopatra. Lo sguardo obliquo della giovane Cleopatra, carico di mestizia, ricorda certe figure che compaiono nelle scene di commiato nell’antico arredo funerario. Ritratto di vecchia dama. Sul filo dello sguardo si annoda la funzione educativa del monumento: la vecchia dama fissa lo spettatore con occhiresi più penetranti dal colletto bianco su cui sembra posarsi un volto scheletrito, occhi infossati, già orbite vuote. Si tratta forse della rappresentazione della Morte alla quale nessun uomo può sottrarsi.

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DOLCI IN FOTO e non solo …

Impressioni, ricordi e ricette di Maria Guadalupi.

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Questa raccolta di ricette e fotografie di dolci non ha la pretesa di presentarsi come l’ennesimo ricettario, ma è semplicemente un ringraziamento e una testimonianza di affetto per le tante persone, parenti, amici, conoscenti che mi hanno coccolato con le loro dolci prelibatezze e hanno soddisfatto la mia voglia di cose buone nella ricerca di sapori antichi e nuovi. Sono sempre stata, sin dall’infanzia, golosa di dolci, in questa debolezza accontentata dalla nonna Nora che era, amante della buona cucina che culminava nella preparazione dei dolci tradizionali.
Biscotti, bocconotti, “cacchitieddi zuccherati e mustazzueli” erano le sue specialità di cui non era possibile avere le ricette, perchè le dosi erano approssimative e cambiavano in relazione agli ingredienti di cui era in possesso con risultati comunque quasi sempre più che soddisfacenti. Neppure dalla mamma ho avuto grandi aiuti, perchè la cucina, in casa nostra, era l’unico e geloso regno della nonna, da cui la mamma era felicemente estromessa.
Nel tempo altre persone si sono succedute alla mia nonna nella preparazione di dolci.
Ed allora ho chiesto le loro ricette, ho fotografato i loro dolci, perchè desideravo emulare la loro capacità e bravura e colmare quei vuoti lasciati dalla nonna pasticciona e dalla mamma “manualmente impedita” come la definiamo io e mia sorella con affettuosa ironia scherzando sulle sue scarse attitudini manuali.

Gli amaretti di zia virginia

Gli amaretti di zia Virginia
Ingredienti: 400 g di mandorle, 100 g di mandorle amare, 1 uovo intero, 2 albumi, 250 g di zucchero.
Preparazione: Spella le mandorle dolci e quelle amare, asciugale bene al fuoco quindi tritale finemente. Lavora intanto l’uovo e gli albumi con lo zucchero e aggiungi poi le mandorle ancora mescolando. Forma delle pallottoline della grandezza di una noce, schiacciale un po’ e falle rotolare nello zucchero.Distribuiscile sulla placca rivestita con carta da forno tenendole leggermente distanziate l’una dall’altra e cuoci in forno caldo per 10-12 minuti a 160°-180°.

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Da Rubens a Maratta – Osimo

29 giugno – 15 dicembre 2013

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La grande mostra “da Rubens a Maratta“, a cura di Vittorio Sgarbi, voluta dal Comune di Osimo e dalla Regione Marche per promuovere e approfondire la conoscenza del Seicento nelle Marche e valorizzarne l’immenso e sommerso patrimonio culturale.

E’ un importante appuntamento con l’Arte e con la Storia volto a far riemergere dall’ombra opere dimenticate o inedite che testimoniano la vitalità della realtà pittorica di questo territorio.  Come e perché capolavori straordinari di Maestri che possiamo definire internazionali sono giunti nelle Marche? Quali artisti, nati o vissuti in questa Regione, da considerare a tutti gli effetti “marchigiani”, hanno contribuito a determinare la cultura artistica del Barocco?

Pomarancio, Rubens, Bernini, Reni, Guercino, Gentileschi, Preti, Vouet, Solimena, i marchigiani Cantarini, Guerrieri, Sassoferrato, e in particolare Maratta, l’universalmente celebrato pittore di Camerano di cui ricorre proprio nel 2013 il terzo centenario della morte: tutti riuniti in Osimo. Una imponente e suggestiva rassegna, che include l’esposizione anche di pregiati arazzi, sculture ed oreficerie sacre, con l’intento di indagare sull’intensa attività artistica che nel corso del Seicento ha interessato la realtà di Osimo e della Marca di Ancona: una vasta area che dalla zona costiera, con gli antichi centri di Osimo, Ancona, Loreto, Senigallia, Camerano, ma anche Pesaro e Fano, si inoltra lungo le valli nell’entroterra fino a toccare le città di Fabriano, Serra San Quirico e Sassoferrato. E’ un evento di rilevanza internazionale in ragione dei grandi nomi coinvolti e degli straordinari capolavori presentati. Viene offerta l’opportunità di approfondire la conoscenza di un periodo storico così ricco di novità nella elaborazione dei linguaggi artistici, attraverso gli itinerari previsti: uno che si snoda all’interno della città di Osimo, l’altro nei luoghi del territorio segnati dai più rappresentativi artisti dell’epoca.

Nelle contigue sedi espositive del Museo Civico e di Palazzo Campana, nel centro storico osimano, sono riunite più di 100 opere provenienti dal territorio regionale, da Collezionisti privati e dai più importanti Musei Nazionali che conservano testimonianze legate alla cultura figurativa delle Marche. Un’ampia sezione è dedicata all’opera di Carlo Maratta per celebrare il pittore marchigiano di fama internazionale, nato a Camerano nel 1625 e morto a Roma nel 1713, tanto apprezzato dalle Corti Europee e dalle più alte Gerarchie Ecclesiastiche da diventare il modello estetico per eccellenza nel passaggio fra Seicento e Settecento.

Un suggestivo percorso all’interno della Città, una sorta di museo a cielo aperto che, da Palazzo Campana, caratterizzato da interventi architettonici sei-settecenteschi, conduce alla scoperta di preziosi interni barocchi, di Chiese e Palazzi, come quello voluto dal cardinale Antonio Maria Gallo, fino al salone affrescato dal Pomarancio, (l’artista chiamato dal porporato osimano a decorare la Sala del Tesoro e la cupola della Basilica di Loreto).
I visitatori possono ammirare una imponente tela del Guercino, collocata sull’altare maggiore della chiesa di San Marco, e una splendida opera di Mattia Preti, rimasta fino ad oggi pressoché sconosciuta, nel Santuario eretto dai Francescani nel XIII secolo, oggi dedicato al venerato patrono di Osimo, San Giuseppe da Copertino, il singolare “Santo dei voli” vissuto nel Seicento. E’ possibile accedere nel maestoso Duomo, nel magico spazio del Battistero ed anche nel Museo Diocesano dove sono conservate importanti testimonianze artistiche e straordinarie oreficerie, come la Croce reliquiario del Bernini.

L’itinerario nel territorio si estende nel cuore del Parco del Conero, a Camerano, sulle tracce del Maratta, e a Loreto, nel Museo della Santa Casa dove sarà allestita una distaccata sezione espositiva dedicata al Pomarancio e nella Sala del Tesoro della Basilica, interamente decorata con stucchi e affreschi del grande artista.

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Christian Jackson e le favole minimaliste

DEFINITIVA CJ

Raccontare una fiaba con una sola immagine? “Impossibile!” direte voi.
Non per il brillante designer e illustratore americano Christian Jackson.
La sua serie “Children’s Stories“, infatti, raccoglie ventisei poster minimalisti che accostano pochi elementi semplici ma incisivi, in grado di riportare alla mente di chi li guarda i ricordi più cari legati alle fiabe che hanno caratterizzato l’infanzia di milioni di persone.

Lo stile minimalista di Jackson, unito alla sua spiccata curiosità, sono gli ingredienti base delle illustrazioni che crea, le quali appaiono estremamente semplici al primo impatto,
ma che, se osservate con attenzione, rivelano tutta la loro reale complessità.
È così, dunque, che una mela con un piccolo morso richiama subito alla mente Biancaneve, mentre una treccia bionda Raperonzolo e un orologio che segna la mezzanotte non può che far pensare alla favola di Cenerentola.

Ad ispirare Jackson nella realizzazione del progetto “Children’s Stories“, sono state le sue due figlie, le quali – come lui stesso ammette – gli ricordano sempre di giocare perché è proprio attraverso questa attività che si riescono ad imparare costantemente cose nuove.

Nel sito web di Jackson, Square Inch Design, si possono esplorare ed acquistare oltre alle tavole della “Children’s Stories“, anche quelle di progetti più recenti del designer come “The Animal“, “Kid Zodiacs” o “Solar“.

Semplicità e intelligenza sono quindi gli elementi chiave di “Children’s Stories” e la filosofia su cui si fonda il lavoro di Jackson si può riassumere nella sua frase più rappresentativa:
If it’s not beautiful or  useful, than it’s not worth having“.
(“Se non è bello o utile, allora non ne vale la pena“).

Come afferma anche lo stesso Jackson, infatti: “Onestamente, quello che ho sempre voluto fare è creare cose che amo e che piacciano anche ad altre persone.
Voglio far sorridere la gente. Credo che si dovrebbe riempire la propria vita con cose belle o utili.  Se ciò che faccio rientra in questi due definizioni di bello o di utile, allora sono felice.”

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articolo a cura di Cecilia Lusardi

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credits:
Christian Jackson
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