di Mario Piazza
tratto da nostro lunedì
n° 2 forme – prima serie
ll mio mestiere è la grafica. Progetto la forma visiva dei messaggi. Oggi tutti pensano che il mio mestiere sia quello di lavorare con le immagini. Del resto siamo immersi
nelle immagini, guardiamo molto e leggiamo sempre meno. Molti pensano
che per presentare un prodotto o comunicare un evento servano idee che vengano vestite da affascinanti e emozionanti segni visivi. E questi segni, le belle forme
della grafica, per i più sono le illustrazioni, le fotografie o le composizioni e gli ornamenti cromatici. Ma non è affatto vero, o è vero solo in parte. Di certo il cuore della grafica non sono le “immagini” ma sono le lettere. I grafici si occupano in primo luogo
di scrittura. Ma le lettere, nei secoli progettate e mai come in questi ultimi decenni implementate in nuove forme, hanno la dote della discrezione. Non hanno mai forme appariscenti, tranne quando serve. Sono un servizio cospicuo, aggiungono senso, senza mai eccedere nella bellezza fine a se stessa, nel gratuito o nel velleitario.
Ma saperle usare e conoscerne la profonda essenza è un’operazione complessa.
La scrittura serve per comunicare, ma non è mai solo trascrizione del verbale,
è sempre anche un’immagine. Le lettere sono segni che si misurano con l’espressività di chi scrive, con le potenzialità delle tecnologie e con la lunga storia delle loro forme.
È la forma della lettera, la vera “immagine” che il grafico deve conoscere e saper manipolare. La scrittura è innanzitutto un dato visibile, che proprio disponendo
i propri segni grafici sulla pagina frantuma il vincolo della lingua parlata. La scrittura
è materia, quella su cui vengono tracciate le lettere (dalla pietra al touch screen)
e quella degli strumenti con cui si disegnano le lettere (dal pennello al computer).
La rivoluzione digitale ha portato con sé l’esigenza tecnica di nuove scritture e la facilità di generarle. Un sapere antico, fortemente specialistico ha trovato inaspettati orizzonti e posto nuove possibilità espressive ai disegnatori di caratteri e ai grafici.
Le forme dell’alfabeto rappresentano, come sottolineava Stanley Morison, (l’ideatore
del carattere Times) il mutare del tempo, il sociale e l’economico, ma sono anche risposte alla necessità intrinseca dei media comunicativi. Il sistema delle reti
ha reintrodotto e ridato spazio alla comunicazione dialogica. La lettura dallo schermo avanza inesorabile. La tipografia, ormai immateriale, aspira a fare delle lettere un corpo duttile, capace di ottimizzare le nuove necessità e di essere personale e distintiva.
La lettera uccide e fa vivere, in certi casi: si compone nella parola e si forma
in linguaggio. Ha una forma in se e un moltiplicarsi di forme nella sua combinazione,
nel suo uso, anche fortemente espressivo e grafico. Mi è capitato di progettare
un enorme pavimento, per un’ istallazione alla Mostra internazionale di architettura
della Biennale di Venezia di qualche anno fa. Componendo con le sole lettere
ho ricreato una porzione della planimetria del porto e del centro storico della città
di Napoli. Con le parole ho dato forma agli isolati, agli edifici, alle strade, ai moli,
alle imbarcazioni. Ed ognuna di queste parti era scritta con i nomi delle cose
che la costituivano, che fisicamente la determinavano. E via, via sempre più
in profondità e quasi impercettibilmente, ai nomi delle cose ho aggiunto piccole narrazioni, le persone e gli accadimenti (dalla fila alla posta al venditore delle guide).
Ed ogni lettera andava a costituire una tessera di un mosaico emozionale che costruiva la figurazione della città, il suo volto planimetrico ma anche sociale. Ecco la forza visiva della lettera e la sua qualità mimetica, la sua discrezione. Potevi camminarci sopra, potevi leggerla e potevi consultarla come una mappa. È in questa presenza e assenza
che sta il fascino della scrittura e la sua potenza. È nella sua capacità di avvicinare
la forma e il pensiero che sta la grande responsabilità del grafico nel saperla usare
e nel saper progettare nuovi codici e nuove convenzioni.
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