Pesciolini d’argento – Alessandra Sfrappini

di Alessandra Sfrappini
Tratto da nostro lunedì
n. 3 – Libri

Books are for use. Le tavole della nostra legge non hanno visto la luce in Palestina,
ma nel continente indiano, dove un famoso bibliotecario le ha dettate
ormai parecchi decenni fa.
Potrebbe sembrare banale e lapalissiana la prima legge di Ranganathan: a che altro scopo costruire biblioteche e dotarle di libri?
In realtà, essa ci invita a riflettere un po’ più attentamente sulla prima ragion d’essere,
o, come oggi si dice, sulla missione di ogni biblioteca: raccogliere e conservare
per consentire di usare; dunque mediare, facendo in modo che i libri trovino lettori
e che i potenziali lettori incontrino libri.
Si raccomanda, a chi vuol lavorare in biblioteca, non tanto l’amore per i libri, quanto amore per la conoscenza. E in effetti, ha osservato qualcuno con ironia, mentre tutti preferiscono essenzialmente trovare, ai bibliotecari piace soprattutto cercare.
Niente di più distante, però, dall’idea un po’ infantile dei topi di biblioteca, quella gente
che ama sparire fra i libri, annusarli e rovistarvi, in cerca di un sopraffino formaggio
a tiratura limitata, della rarità libraria di perfetta stagionatura.
Non è il nostro caso. Sull’arco d’ingresso alla biblioteca, invisibile ai più, Ranganathan
ci rammenta ancora che non siamo qui per perderci fra i bibliofili e i bibliofagi.
Il nostro posto non è in mezzo ai libri, ma fra i libri e i lettori.

libri 03

Hic sunt leones. Talvolta quasi quasi ci lusinghiamo se per qualcuno la biblioteca,
come in una carta geografica antica, corrisponde a un continente ignoto. Un po’ di mistero ci sta bene e non disdegniamo le più allusive definizioni:  luogo fuori del tempo, porto silenzioso ed ospitale, medicina dell’anima.
A patto che qualcuno dei suoi innocui, plurisecolari rituali non cada sotto la lente
ustoria di un poeta:

alla riunione dei Curatori della Biblioteca,
donazioni di vedove zitelle (zitelle e vedove),
studiosi (?)  del Duecento fra manoscritti rari e vari,
l’intera storia dei Circoli Vaganti.
Su tutto, l’incunabolo di Dio,
gl’incunaboli suoi senza prezzo.
L’ironia divina è insuperabile.
Dal suo rovinare mi lascio addormentare.

La casualità cieca che pare presiedere all’accrescimento dei libri in biblioteca, enumerata in soporifero catalogo incarna l’imperscrutabile volere dei superni e l’antica metafora
del libro che compendia e disvela tutto un mondo non rassicura più. Il canto delle sirene della poesia ci attirerebbe pericolosamente al largo, se non avessimo i nostri portolani.  Consultiamo le bussole, ma la parola scritta dal poeta lascia comunque su di noi un segno strano. Possiamo ancorarci alla quinta legge di Ranganathan: la biblioteca è un organismo che cresce. Da cui consegue che dovremmo ormai sapere come la si nutre e preservarla dal fagocitare troppi libri per inutile indulgenza e voracità. Il libro bambino Bando
allora alle navigazioni oziose e rivolgiamo la prua verso i lidi ove sgambettano promettenti le giovani generazioni. L’ora del racconto in una biblioteca 0–12 può essere un momento magico, meglio dello shopping negli stores più trendy. Ora che il piacere di leggere
è una materia di scuola sarà da sovversivi far sapere che in tanti abbiamo trovato soprattutto altrove i libri da amare? Non sono sicura di quale sia stato il primo libro
che ho autonomamente sfogliato e nelle cui figure io mi sia persa, mentre ricordo il primo che ho letto da sola per intero a sei anni, con la varicella. S’intitolava Il gaio burlone – adattamento delle avventure dell’eroe olandese Till Eulenspiegel  che vidi poi in televisione con Paolo Poli. Altri tempi (per i libri e per la tv). Anche la biblioteca per ragazzi è stata
un tassello della mia esperienza di utente, come oggi si dice. Ma il serbatoio dei più avidi
e dissennati approvvigionamenti è stato senza dubbio la biblioteca circolante in cui verso
i sedici anni (con perfetta dissimulazione rispetto alle parallele frequentazioni
di una biblioteca seria, da capoluogo e occasionalmente anche di quella, strumentale,
della scuola) arrivavo in bicicletta e noleggiavo per cento lire a volume
tanti di quei romanzi che mi portavo indietro equilibrando due sporte sul manubrio.
Così alla grande non ho letto più.

Pesciolini d’argento. Nelle biblioteche che hanno un’anima antica la consapevolezza
del ruolo si misura anche dalla loro capacità di con-temperare saggiamente
la conservazione e l’uso dei beni loro affidati. Allestendo e curando le raccolte
e gli strumenti di accesso si pensa costantemente ai lettori che, in futuro, potranno goderne ancora, ma soprattutto si pensa a chi, tempo addietro, facendo il nostro lavoro
ha avuto accortezze e illuminanti visioni che oggi ci sono di guida.
Questo continuo  su e giù mentale, lungo la linea del tempo, non tanto in compagnia
degli autori dei libri quanto con i bibliotecari che ci hanno preceduto
e per quelli che seguiranno è uno strano tic–qualcosa che si fatica a confessare.
Non sappiamo far bene questo discorso: la sostanza sguscia via veloce,
come un pesciolino d’argento scovato in un libro.
Al cuor non si comanda. La pubblicità del più noto fra gli istituti che supportano
a pagamento gli universitari annunciava mesi fa che lo studio non deve pesare. L’affermazione non riflette ancora un sentire comune, rispondendo piuttosto
a una collaudata strategia di vendita che affida a un parterre di calciatori e di campioni
di moto la promozione del marchio.
Mi ha ricordato una frase letta anni fa, a proposito dei libri giocattolo. Un collega, amico
e maestro di tanti bibliotecari, si opponeva con garbo al fanciullesco depistaggio involontariamente attuato da questi fuorvianti oggetti. “Non bisogna far loro credere
che il libro è un oggetto facile.
Bisogna non illuderli: i libri che troveranno dopo, nella vita di grandi, non sono degli amici. Sono oggetti di devastante difficoltà.”
Questioni, in fondo, di minimo rilievo. Ma è certo che da principio ogni lettura e poi, crescendo, almeno una parte delle letture continuano a “pesare”. Nessuno che ami praticare uno sport vuol sentirsi dire che non si fatica.
E quanto si fatica a conoscere l’essere amato per sentire di essere arrivati ad amare davvero? E già che siamo incappati nell’amore, parliamo di quando usava incontrarsi
(per innamorarsi) in biblioteca.
Ne abbiamo rintracciato per caso un tardivo trepidante esempio cartaceo pochi anni fa,
sul pavimento di una sala di consultazione (quadrifoglio sfuggito alla velocità ultrasonica degli addetti alle pulizie): sec. XX, cart. obl. mm.30 x100 ; al recto: La tua bellezza
mi ha colpito sin dall’ingresso sottostante (in strada c’è un gran chiarore) Torna spesso
in biblioteca al verso (lei, pratica): Se mi dici chi sei posso anche ritornare.
Ciao (l’ultima parola è racchiusa fra due promettenti, piccoli cuori).

 

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