“riconoscere la debolezza signora della forza”

Filippo la porta con Sauro Marini

Da nostro lunedì num. 1 nuova serie
Leopardi. Il pensatore pericoloso

Quando  studiavo Leopardi per l’esame di maturità ero assai poco appassionato alla questione del passaggio dal pessimismo storico al  pessimismo cosmico. Ancora una volta la scuola  ce la metteva tutta per burocratizzare e dunque disinnescare un “classico” dal nucleo così tragico-eversivo. La lettura di Leopardi, al di fuori di obblighi scolastici, è un’avventura intellettuale e conoscitiva dagli esiti imprevedibili. All’inizio ignoriamo se ci deprimerà o ci consolerà. In particolare il Canto notturno di un pastore errante dell’Asia mi diede una emozione straordinaria, connessa con la scoperta di una dimensione vertiginosa di libertà. Quella relazione intima, nuda, indissolubile tra il pastore errante e la luna apriva per me uno spazio solitario in cui non entravano la Storia, l’Ideologia, il Marxismo, la Politica, l’Attualità e neanche la Psicologia. Si trattava di uno spazio impalpabile, gelosamente appartato, fatto di parole e di silenzi, e a tutti – almeno potenzialmente – accessibile, sul quale niente ha presa.
In quell’anno incandescente 1969-70, di movimenti collettivi e rivolte sociali, mi ricordava che ogni individuo contiene dentro di sé – quasi fosse il suo nucleo più inviolabile – questa possibilità di dialogo diretto con la natura, con l’universo, indipendentemente dal ceto sociale o dal livello di istruzione. Il materialismo di Leopardi non si può minimizzare ma costituisce soltanto uno degli elementi in gioco. La sua idea della natura oscilla da sempre tra i due opposti: benigna perché  vuole ovunque conservare la specie e maligna perché è incurante verso gli individui (per Mario Rigoni imparentata con la filosofia di Sade).
Ma questa stessa visione razionale non è l’ultima parola. Il concetto astratto è superato dalla musica e dal ritmo. Franco Fortini volle sottolineare giustamente all’interno di un’opera così   disperatamente pessimistica il “passaggio della gioia”, la gioia cioè dell’esperienza formale. Però poi Fortini si avvita in uno dei suoi discorsi “dialettici” sottili e un po’ contorti: la pienezza vitale della poesia sarebbe al tempo stesso adempimento reale e anticipazione falsa (perché avviene soltanto nella “forma”) di una utopia dei rapporti umani, dato che l’unica emancipazione reale avviene nella Storia, con quella mitica Rivoluzione sognata allora  da Fortini e da molti della mia generazione. Ma per Leopardi, che pure auspicò una confederazione tra tutti gli uomini, la salvezza resta individuale: consiste nell’approfondimento della coscienza di esistere e nella celebrazione della vitalità. Si pensi al tema delle “illusioni”.
Credere in una illusione, sapendola tale, non è atto di malafede ma espressione di uno stato vitale. Parlando della stessa poesia Yves Bonnefoi ha detto che la denegazione del mondo è accompagnata nei suoi versi da “una parola d’adesione ad alcune forme del mondo stesso”. Non è che le sofferenze cessano di esistere ma implicano uno “sguardo altro, sonoro” (sempre  Bonnefoi, per il quale la poesia è, semplicemente, “desiderio che vi sia dell’essere”).
In un passo dello Zibaldone leggiamo a proposito della compassione: “Vedi come la debolezza sia cosa amabilissima a questo mondo. Se tu vedi un fanciullo che ti viene incontro con un passo traballante… ti senti intenerire da questa vista… se ti abbatti ad esser testimonio a qualche sforzo inutile di qualunque donna, per la debolezza fisica del suo sesso, ti sentirai commuovere, e sarai capace di prostrarti innanzi a quella debolezza e riconoscerla per signora di te e della tua forza”. Riconoscere la debolezza signora della forza? Che la natura matrigna possa produrre, anche in un solo cuore umano, un sentimento del genere, è un piccolo miracolo su cui il pastore nomade e la candida luna dovranno interrogarsi in eterno.

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