Un’altra musica, un’altra Italia

 

forme

nostro lunedì n.2 - forme

Colloquio con Gastone Pietrucci

Quando e come nasce “La Macina”?

“La Macina” nasce nell’agosto ’68 perché ho avuto la fortuna, a Spoleto, mentre preparavo il mio esame di stato, di assistere allo spettacolo “Bella ciao” di Roberto Leydi e Filippo Crivelli, al Teatro Caio Melisso, durante il “Festival dei Due Mondi”. Fu per me una folgorazione giovanile. Conoscevo della musica e della canzone tutto quello che passava la radio di quei tempi: improvvisamente ho visto e sentito che c’erano un’altra musica e un’altra Italia che cantava, per parafrasare le note di regia dello stesso Crivelli, e da lì ho avuto la voglia imitativa di riproporre quelle cose perché, nella mia ingenua ignoranza di allora, ritenevo che la musica popolare fosse solo quella che avevo conosciuto a Spoleto, particolarmente lombarda e piemontese, attraverso Giovanna Marini, Caterina Bueno, Sandra Mantovani, solo per ricordarne alcuni. Per diversi anni ho frequentato il repertorio di quel disco. Poi, naturalmente, come comprendi bene, ho avuto bisogno di staccarmi da quel lavoro capendo che la musica popolare era presente in tutte le regioni grazie anche alla tesi universitaria che ho preparato sulla letteratura tradizionale e orale marchigiana e spoletina, partendo appunto dalla ricerca di tradizione e di oralità della mia terra e da lì non mi sono fermato più.

E la ricerca? Continua a leggere

Armeria

 

Parlavi di non so quale amore,
un altro prima di me
ed io seguivo, con gli occhi,
un’armeria ormai chiusa,
anch’essa, come noi, appoggiata
ad una stessa notte,
e dei fucili in fila
nella rastrelliera,
l’ombra immobile e fredda.

Volevo fossi un’altra
–  pensando alla tua bocca
come a un bacio –
ma non l’ho detto, cara,
ho solo sussurrato:
« Riapriranno la caccia ».

 

Francesco scarabicchi,
da
Il cancello, peQuod, 2001

 

Cinema d’essai

 

scene

nostro lunedì n.1 - scene

Massimo Raffaeli

Il cinema non era un cinema ma uno dei teatri ottocenteschi tipici delle Marche: platea da cento posti (sedie scomode, cigolanti) e file di palchi color panna, con la bordatura di velluto crèmisi, un gran lampadario rococò. La guerra l’aveva distrutto e la facciata era stata ricostruita in marmo fascista, come una stazione ferroviaria o il palazzo delle poste, alla Piacentini. Chiaravalle l’aveva utilizzato, nel tempo, per le compagnie di giro, i veglioni, i comizi, le premiazioni della Befana e i raduni delle associazioni benemerite. Era un cinema da seconde visioni e d’estate diventava glaciale, l’aria sapeva di rinchiuso e del tanfo delle sigarette. Ci andavano gli scapoli e i ragazzi del paese, dopo il biliardo e le carte. La domenica, molta gente di campagna e delle frazioni. Molti entravano a spettacolo iniziato, il cinema era un divertimento, uno svago, e nient’altro.

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La cristalliera

 

Ci si rammenta, a volte,
di un nome, un volto
còlto dalla memoria
con tac d’interruttore,
lui che ragazzo
giuoca agli indiani
e solo per errore
con il gomito infrange
la cristalliera ad angolo;
in ginocchio raccoglie
i frantumi di vetro
e chi lo scruta avverte
l’appena bisbigliato

come tornare indietro?

 

Francesco Scarabicchi,
da Il cancello – peQuod, 2001

 

Degli odori e dei sapori

 

infanzie

nostro lunedì n.0 – Infanzie – prima serie

mary de rachewiltz

La mia infanzia, oh, era idillica, a ripensarci. Non che ci ripensi molto spesso, è un capitolo chiuso con i ricordi inseriti in un libro di tanti anni fa e intessuti poi in varie poesie, sia in italiano che in inglese.

E a questo accenno alle due lingue devo aggiungere che ce ne era una terza di lingua, anzi la mia prima: il dialetto tirolese, più propriamente della Val Pusteria.

Oltre alla fortuna di essere nata a Bressanone ho avuto anche quella di essere stata data a balia ad una donna straordinaria, in una casa di piccoli contadini a Gais. è difficile credere al giorno d’oggi che mucche e cavalli e pecore e galline potessero vivere sotto lo stesso tetto senza per questo essere considerati “barbari”. C’era, è vero, una separazione netta. La parte della casa occupata dalla famiglia dava a sud-est, mentre la stalla e il sovrastante fienile davano a nord-ovest. Il tempo era regolato dal sole e dall’istinto degli animali. Il gallo cantava all’alba. Le galline s’appollaiavano dopo il tramonto. E dopo la cena, la “mosa”, servita in una grande pentola posta al centro della tavola sopra il “Pfonnknecht” (il servo della pentola fuligginosa appena tolta dal fuoco), ci si inginocchiava e si diceva il rosario. Poi i bambini o chi era molto stanco si coricavano, mentre la balia, che io chiamava Mamme, cuciva o filava per un po’, e suo marito, il mio Tatte, fumava la pipa.

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La Poesia di Francesco Scarabicchi

Francesco Scarabicchi

Una parola secca, minima, che lavora per sottrazione, ma che proprio per questo si presenta come doppiamente intensa, la poesia di Francesco Scarabicchi rappresenta ed è riconosciuta una delle esperienze più interessanti della poesia italiana degli ultimi anni. Alla quinta raccolta in poco meno di trent’anni, la fisionomia dell’autore marchigiano è ormai nettamente definita: lirico nel senso pieno ed anzi esclusivo del termine, i suoi versi sono scanditi tanto dalla severità formale quanto dalla fedeltà al vivere comune di cui sono piena testimonianza tutti i suoi precedenti lavori. L’ora felice rappresenta oggi una Continua a leggere

Tu sei destinato a un gran lunedì!

– Tu sei destinato a un grande lunedì!
– Ben detto, ma la domenica non finisce mai.
Franz Kafka

– La vita è come una strada fatta di tanti lunedì
E sempre la speranza della domenica.
Silvio D’Arzo

Questo si limita ad essere nostro lunedì, periodico a tema che nasce, tra le rive del Franz Kafka dei Diari e Silvio D’Arzo (il nome è ricavato da un progetto di romanzo da lui mai scritto e di cui compose solo la prefazione prima che la morte lo spegnesse a quasi trentadue anni) privilegiando l’esperienza d’autore, sia essa narrativa, poetica, critica, pittorica, grafica, fotografica, aprendo porte anche sui vicini altrove (la musica, il teatro, la canzone).

Una convinzione che lentamente s’è fatta strada è stata quella di considerare in gran parte compiuta una stagione del Novecento che probabilmente ha consumato alcune delle possibilità espressive affidate alla rivista letteraria così come la si è intesa fino a ieri.

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