{"id":1044,"date":"2011-12-12T00:01:08","date_gmt":"2011-12-11T23:01:08","guid":{"rendered":"http:\/\/www.liricigreci.it\/blog\/?p=1044"},"modified":"2014-10-06T16:10:57","modified_gmt":"2014-10-06T15:10:57","slug":"in-forma-di-parole","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.liricigreci.it\/blog\/in-forma-di-parole\/","title":{"rendered":"In forma di parole"},"content":{"rendered":"<p>&nbsp;<\/p>\n<div id=\"attachment_1045\" style=\"width: 1191px\" class=\"wp-caption aligncenter\"><a href=\"https:\/\/www.liricigreci.it\/blog\/wp-content\/uploads\/2011\/11\/07.jpg\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" aria-describedby=\"caption-attachment-1045\" class=\"size-full wp-image-1045\" title=\"nostro luned\u00ec n.7 - pensare\" src=\"https:\/\/www.liricigreci.it\/blog\/wp-content\/uploads\/2011\/11\/07.jpg\" alt=\"\" width=\"1181\" height=\"701\" srcset=\"https:\/\/www.liricigreci.it\/blog\/wp-content\/uploads\/wordpress\/2011\/11\/07.jpg 1181w, https:\/\/www.liricigreci.it\/blog\/wp-content\/uploads\/wordpress\/2011\/11\/07-300x178.jpg 300w, https:\/\/www.liricigreci.it\/blog\/wp-content\/uploads\/wordpress\/2011\/11\/07-1024x608.jpg 1024w, https:\/\/www.liricigreci.it\/blog\/wp-content\/uploads\/wordpress\/2011\/11\/07-768x456.jpg 768w, https:\/\/www.liricigreci.it\/blog\/wp-content\/uploads\/wordpress\/2011\/11\/07-500x297.jpg 500w\" sizes=\"auto, (max-width: 1181px) 100vw, 1181px\" \/><\/a><p id=\"caption-attachment-1045\" class=\"wp-caption-text\">nostro luned\u00ec n.7 - pensare<\/p><\/div>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong>Colloquio con Gianni Scalia<\/strong>, Bologna, maggio 2006<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">\u201cLa filosofia ha la sua origine dall\u2019amore e solo da questo. Il suo nome lo attesta \u201cPhilosophia\u201d: amore della saggezza.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Come si deve intendere? L\u2019accezione pi\u00f9 ricorrente \u2013 bisogna ricercare la saggezza che non si possiede ancora \u2013 non conclude che a una banalit\u00e0, un turismo. Ma essa di fatto ne maschera un\u2019altra pi\u00f9 radicale: la filosofia si definisce come \u201camore della saggezza\u201d perch\u00e9 deve di fatto cominciare per amore, prima di pretendere di sapere.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Per giungere a comprendere, bisogna prima desiderare, detto altrimenti, stupirsi di non comprendere (e questo stupore anche offre un inizio alla saggezza), o ancora, soffrire di non comprendere, oppure, temere di non comprendere (e questo timore, ancora, apre alla saggezza).<!--more--><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">La filosofia comprende solo a misura in cui ama &#8211; io amo comprendere, dunque amo per comprendere.\u201d<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">\u2026 S\u00ec, viviamo l\u2019imperativo della moda, c\u2019\u00e8 il culto del corpo, ma c\u2019\u00e8 anche un culto maior, pi\u00f9 forte di tutte le cure somatiche, toniche, artificiali e questo \u00e8 oggi il culto dell\u2019ignoranza, un culto spaventoso, visto che stiamo parlando del pensiero. Sono venuto via dall\u2019universit\u00e0 di Siena sei anni prima del tempo, quando io ho sentito un giorno, incontrandolo per strada con i miei due amici senesi pi\u00f9 cari (Antonio Prete e Antonio Melis), il nostro rettore Luigi Berlinguer dire all\u2019improvviso \u201cSai, \u00e8 necessario digitalizzare l\u2019universit\u00e0\u201d\u2026<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Allora non gli dissi nulla ma feci un pensiero: si pu\u00f2 digitalizzare qualcuno in senso osceno, oppure si pu\u00f2 sporcare i muri con un dito, questo avrei voluto dirgli, per\u00f2 quella parola mi ha fatto pensare che dovessi andare via pi\u00f9 che la scarsit\u00e0 dei miei auditores ai seminari\u2026 \u2018seminario\u2019 viene da \u2018seminare\u2019 ma un anno erano in trenta, l\u2019anno dopo venticinque, l\u2019anno dopo ancora diciotto, alla fine tre o quattro\u2026 infine ho detto \u201cFacciamo una passeggiata\u201d, deambulando solvitur\u2026 \u201cDigitalizzare l\u2019amministrazione dello Stato!\u201d \u00e8 stata una delle prime frasi di Silvio Berlusconi\u2026 una conferma, una piena conferma\u2026<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span style=\"color: #808080;\"><strong>Tu testimoni di un pensare dentro la riflessione sul linguaggio ma questo \u00e8 emerso soprattutto a partire dagli anni Ottanta. C\u2019\u00e8 un prima?<\/strong><\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Come nasco? Ci sono le fotografie di un bambino paffuto, biondino, tra i cuscini anni Trenta, ma in realt\u00e0 io sono \u2018nato\u2019 in quinta elementare.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Le elementari le ho fatte in una scuola pubblica mentre il ginnasio l\u2019ho fatto per met\u00e0 in una scuola privata perch\u00e9 poi \u00e8 arrivato il \u201943. Il \u201943 \u00e8 una data decisiva, di cui ho una memoria molto cosciente perch\u00e9 \u00e8 l\u2019anno in cui io mi sono messo a leggere. L\u2019unica mia gioia era quella del leggere, del troppo citato vizio impunito della lettura.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Prima, quando andavo alla scuola pubblica, a Padova, sempre accompagnato da una cameriera (i miei temevano pericoli fisici e morali, mia madre era severa, giansenista, mio padre invece siciliano e libertino), dopo la scuola i miei non mi facevano uscire e cos\u00ec rimanevo in giardino a guardare oltre il cancello dove c\u2019erano i prati pieni di ragazzi che giocavano a pallone, io avrei voluto uscire e andare da loro ma mi era impedito dal rigore morale di mia madre e dalla sua genesi aristocratica.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Per questo mi sono rifugiato nella lettura. Quando per esempio mio padre e mia madre andavano a teatro, perch\u00e9 erano amanti dell\u2019opera lirica (che io ritengo insopportabile, odiosa, odio Verdi, l\u2019unica opera di Verdi che sopporto \u00e8 il Falstaff, n\u00e9 credo che Verdi sia nazionalpopolare in senso gramsciano, che abbia fatto segretamente l\u2019unit\u00e0 d\u2019Italia\u2026), bene, io restavo in casa, custodito da questa cameriera e leggevo i libri della biblioteca paterna, Carducci, Pascoli, d\u2019Annunzio, e opere storiche della prima guerra mondiale. Non c\u2019era la filosofia ma c\u2019erano i romanzi, che invece non leggevo, del tipo Teresa. D\u2019Annunzio mi piaceva ora s\u00ec ora no, mentre del Pascoli avvertivo gi\u00e0 un poco il simbolismo. Nel \u201940, con la guerra, i miei dalla scuola pubblica mi hanno messo in un collegio di gesuiti, allora celebre se non proprio famoso, che c\u2019\u00e8 ancora, l\u2019\u201cAntoniano\u201d, e ci sono rimasto fino al \u201943, l\u2019anno in cui sono cominciati i bombardamenti, bombardamenti a tappeto.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Siamo sfollati a Cles, in Val di Non, nota perch\u00e9 c\u2019era un tempo un vescovo conte, Bernardino Clesio, in un castello un p\u00f2 fuori del paese: io andavo quasi tutte le mattine, con un libro, nel castello, e questi sono forse stati i miei Holzwege, alla maniera di Heidegger\u2026 l\u00ec leggevo gli scrittori italiani contemporanei che compravo con i soldi che mi dava mio padre, un uomo molto generoso: se il tempo era grigio leggevo Linati, se c\u2019era il sole leggevo Soffici, quello buono\u2026 ne ho persa la met\u00e0, di quei libri, ma posso dire che allora ho letto tutta la letteratura italiana contemporanea. In Val di Non c\u2019era l\u2019odore dei meli e delle mele, come in Sinfonia pastorale di Gide, infatti l\u2019altro versante della mia formazione \u00e8 la letteratura francese, compresi naturalmente i filosofi.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Per me leggere e pensare \u00e8 sempre stata la stessa cosa, cos\u00ec come \u00e8 la stessa cosa leggere, pensare e parlare. Questa trinit\u00e0 va tenuta insieme, \u00e8 essenziale, anche se sembra scomparsa dalla nostra cultura l\u2019idea di stabilire delle etimologie o meglio delle genealogie\u2026 Dunque nell\u2019estate del \u201945 mi sono presentato da privatista, saltando un anno, agli esami di stato al liceo \u201cTito Livio\u201d di Padova (\u2026Tito Livio, anche se allora preferivo Tacito\u2026) dove mi ero iscritto prima di sfollare: ho preso nove e dieci in tutte le materie, a parte un otto in matematica, per\u00f2 ricordo che proprio il professore di matematica, che si mise a parlare un po\u2019 con me, aveva sulla giacca una fascia tricolore con la scritta \u201cVolontari Alta Italia\u201d\u2026<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span style=\"color: #808080;\"><strong>C\u2019\u00e8 una tua foto, della fine degli anni Quaranta, dove tu sei per la strada con Fiorenzo Forti, entrambi elegantissimi, e dietro di voi si intravedono Lea Ritter Santini e Piero Camporesi. Cosa ti fa venire in mente quella foto?<\/strong><\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Il fatto che vengo a Bologna nell\u2019autunno del \u201946 e pochi giorni dopo il mio arrivo vado all\u2019universit\u00e0. Il giorno di una grande nevicata, la neige d\u2019antan, camminando tra due argini di neve, arrivo nella facolt\u00e0 di lettere, in via Zamboni e chiedo dell\u2019aula di Carlo Calcaterra, il professore di letteratura italiana, di cui avevo letto Il Parnaso in rivolta e Con Gozzano e altri poeti, compresi altri libri sabaudi che adesso ho cancellato dalla memoria. Arrivo nell\u2019aula, un piccolo anfiteatro di legno scricchiolante, e mi metto seduto: in cattedra non c\u2019era Calcaterra ma Fiorenzo Forti, il suo assistente, e vicino a lui una ragazza che faceva una relazione sulla Favola d\u2019Orfeo del Poliziano e poi un signore, il princeps di quei ragazzi e ragazze, il quale era Pietro Bonfiglioli, mentre la signorina che stava parlando si chiamava Mirella, Mireille mi viene da pensare\u2026 Alla fine della discussione Forti disse \u201cMa vedo laggi\u00f9 un giovane &#8211; o un giovine, allora si diceva cos\u00ec \u2013 che non conosciamo\u201d, perci\u00f2 mi chiese da dove venivo, chi ero e se avevo qualcosa da dire su quella relazione: cominciai citando il Poliziano che afferma di aver scritto la Favola in due giorni \u201cintra continui tumulti\u201d, eccetera eccetera.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Forti ne fu colpito. E fu quel giorno che conobbi anche l\u2019amico di una vita, Pietro Bonfiglioli, la cui scomparsa mi ha addolorato moltissimo, cos\u00ec come mi addolora in modo iroso il fatto che non ci sia dato il permesso di pubblicare, nonostante la piena disponibilit\u00e0 di In forma di parole, i suoi inediti pascoliani e montaliani.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span style=\"color: #808080;\"><strong>La seconda foto, celeberrima, \u00e8 quella che ti ritrae con la redazione di Officina, di fianco a Roberto Roversi, Pier Paolo Pasolini, Francesco Leonetti, Franco Fortini, Angelo Roman\u00f2\u2026<\/strong><\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Quella \u00e8 una foto vulgatamente volgare, \u00e8 una foto in posa, insopportabile, sembra, lo dico con una parola del rituale bizantino, una sinassi liturgica, una parola che ho trovata nel vocabolario, perch\u00e9 io leggo sempre i vocabolari (non il dizionario ma proprio il vocabolario) perch\u00e9 ci offrono tutte le parole possibili, anche se tutte le parole sono \u2018impossibili\u2019 in quanto sono infinite, perch\u00e9 non ci sono n\u00e9 sinonimi n\u00e9 contrari, perch\u00e9 ogni parola \u00e8 se stessa. \u00e8 l\u2019attuale decadenza della parola, la lingua degli schiavi che noi parliamo, non degli schiavi delle dittature ma degli schiavi della pubblicit\u00e0 e del consumo, che ci fa pensare che ogni parola abbia un sinonimo mentre ogni parola \u00e8 un individuum\u2026 Tornando alla fotografia di Officina, s\u00ec, \u00e8 liturgica, c\u2019\u00e8 Fortini che parla, non col dito alzato ma come se lo avesse\u2026<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span style=\"color: #808080;\"><strong>La foto per\u00f2 allude a una parte cospicua del tuo percorso, quando per te il pensare era forse un pensare anche dentro l\u2019ideologia. O no?<\/strong><\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Non penso di essere mai stato ideologico.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Non ho peccati (o \u2018peccadilli\u2019, che sono peggio dei peccati) di ideologia. Officina era una rivista molto \u2018scritta\u2019, nel senso pi\u00f9 emblematico della parola, un po\u2019 manieristica, tutti cercavamo di scrivere bene anche se poi chi cerca di scrivere \u2018bene\u2019 finisce per scrivere male, e infatti i grandissimi scrivono \u2018male\u2019, Dostoevskij scrive male, Svevo scrive male, chi scrive bene fa al massimo La Ronda, e qui mi viene da pensare che ogni ronda \u00e8 sempre poliziesca, intellettualmente e filosoficamente burocratica. Semmai l\u2019ideologia di Officina consisteva nel fatto di non credere di essere ideologici, mentre non si poteva non esserlo: in realt\u00e0 l\u2019ideologia l\u2019ha inventata Sartre e non \u00e8 altro che l\u2019engagement, che, una volta tradotto in \u2018impegno\u2019, \u00e8 stato rovinoso. Noi invece pensavamo ad una nostra posizione autonoma, per esempio a Pasolini piacque la mia definizione di marxisant, ma gli piacque soffrendo perch\u00e9 Pasolini non era ironico, mai, neanche nelle sue poesie, in quanto l\u2019ironia comporta sempre la litote, la distanza\u2026 Officina ha inaugurato poi una lunga consuetudine di anni e di pensieri con Roberto Roversi, un grandissimo amico. Proprio Roversi mi telefona un pomeriggio e mi avverte dell\u2019arrivo a casa sua di Pasolini per parlare del primo numero della rivista che sarebbe stata Officina, un titolo che subito mi ricord\u00f2 Officina ferrarese di Roberto Longhi e fece sorridere d\u2019intesa Pasolini. Officina ha dentro, per etimologia, il facere. A proposito, sembra che la parola fashion, \u2018moda\u2019 possa derivare da facon \u2018foggia\u2019, o fovea \u2018fogna\u2019, oppure semplicemente da facere. Dunque la moda \u00e8 un fare, \u00e8 una attivit\u00e0 e non un comportamento, \u00e8 un atto.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span style=\"color: #808080;\"><strong>Tu su Pasolini hai scritto un libro straordinario e purtroppo introvabile che usc\u00ec da Cappelli, intitolato La mania della verit\u00e0, dove \u00e8 esplosivo il pensare per il tramite della sua poesia. L\u00ec si avverte quanto abbia contato per te Pasolini. Ma \u2018come\u2019 ha contato?<\/strong><\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Intanto, con una parola antica, diciamo che \u00e8 stato l\u2019anima di Officina, l\u2019animus, ha animata una rivista peraltro accudita, ammobiliata, scritta, stampata, pagata e diffusa da Roversi. Mi viene in mente un episodio. Nella fotografia di cui parlavamo, nella mano destra io ho un volume preso in biblioteca, gli Scritti di Renato Serra, su cui scrissi un saggio dal titolo paracontiniano del tipo Progetto per un ritratto ecc. (Per inciso, io ho letto furiosamente, gi\u00e0 negli anni di guerra, Contini, Longhi e Debenedetti). Scrissi quel saggio, e qui bisogna sapere che in Officina si dibatteva sul serio, ben prima del Gruppo 63 che invece si accredita come l\u2019inventore della discussione redazionale dei testi o della diatriba tra redattori. Ognuno portava da leggere i propri testi e poi si discuteva: ecco, il mio scritto su Serra venne criticato da Leonetti, infatti a rileggerlo adesso quel mio Serra era poco serriano, ma Pasolini (che non rideva mai, si limitava ad atteggiare un sorriso che subito gli illuminava il volto) disse semplicemente \u2018Senti Gianni, tu sei convinto di quello che hai scritto? Perch\u00e9 se Gianni ne \u00e8 convinto, \u00e8 anche chiaro che possiamo avere idee diverse su Renato Serra.\u2019 Non parlava mai in modo perentorio o magistrale, assolutamente, come invece faceva Fortini. Ma Fortini agiva cos\u00ec per invidia, perch\u00e9 non ne sopportava lo straordinario successo nazionale e internazionale. Anche oggi \u00e8 la stessa cosa: gli intellettuali italiani parlano di Pasolini, male o bene, solo per invidia.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span style=\"color: #808080;\"><strong>Pasolini ha scritto a te l\u2019ultima sua lettera dove ti chiede di \u2018tradurlo\u2019. Non lo senti come un passaggio di testimone?<\/strong><\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">S\u00ec, \u00e8 un passaggio di testimone, e lo capisco sempre meglio. Mi dice almeno tre cose, in quella lettera: che la mia lettera precedente gli \u00e8 giunta in un vuoto da ospedale psichiatrico, che vorrebbe io traducessi la sua immaginazione politica in economia politica, che infine avrei dovuto farlo in maniera chiara e piana, per te, per me e per tutti. S\u00ec, \u00e8 un lascito, di cui non sento tanto il peso quanto, in senso etimologico, la responsabilit\u00e0. Poco tempo prima mi aveva telefonato dicendomi che era a Bologna, a Villa Aldini, sul set di Sal\u00f2, invitandomi ad andarlo a trovare ma gli dissi che io non ero mai stato su un set e che non mi pareva il caso. Venne lui a casa mia.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Suona il campanello, scendo e lo vedo davanti alla macchina, l\u2019Alfa metallizzata \u2018con cui andava a caccia di ragazzi\u2019 dicevano allora i giornali fascisti, democristiani, ma anche i progressisti, quelli che non perdonavano a Pasolini di essere Pasolini, tutti, si pu\u00f2 dire. (Una persecuzione, e una persecuzione che continua: sono passati trent\u2019anni e si continuano a scrivere le stesse cose di allora. Mi sono chiesto il perch\u00e9 e mi sono risposto che c\u2019\u00e8 una ragione malsana, una ratio patologica nel continuarne a parlare magari dicendo che \u00e8 un grande scrittore. Al funerale di Pasolini, dove andai con Roversi e Lucio Dalla, mi colp\u00ec una frase che disse Alberto Arbasino, \u201cNessuno di noi potr\u00e0 morire come Pasolini, parecchi di noi moriranno in un baldacchino\u201d, \u00e8 una frase puntuta ma dove la puntura si trasforma in una paradossale nostalgia).<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Lui cercava quella sera a Bologna vecchie trattorie che intanto si erano trasformate in negozi di jeans e sale da ballo, fatto sta che finimmo in un pessimo ristorante cinese. Poi una lunga passeggiata sotto i portici fino a mezzanotte, l\u2019ora in cui di solito scompariva. Ho ancora in mente alcune sue frasi\u2026 \u201cHanno messo il coprifuoco anche qui come a Roma?\u201d\u2026 perch\u00e9, contrariamente al passato, Bologna di sera era deserta, proprio Bologna che era stata, ai tempi di Dozza, una citt\u00e0 comunista e di tutti stava allora diventando una citt\u00e0 di pochi, mentre oggi \u00e8 la citt\u00e0 di nessuno. E poi una frase che lui riferisce a me nel trattato pedagogico dedicato a Gennariello in Lettere luterane, secondo cui Bologna \u00e8 ormai una citt\u00e0 \u201ccomunista consumista\u201d. Gli chiesi a un certo punto perch\u00e9 non scrivesse pi\u00f9 poesie, rispose che si possono scrivere contemporaneamente romanzi, racconti, saggi, film, i generi pi\u00f9 diversi, ma che invece la poesia occupa interamente, prende tutto di noi.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span style=\"color: #808080;\"><strong>Ma, allora, che cosa significa pensare?<\/strong><\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Questo \u00e8 il titolo di un libro di Martin Heidegger che, come molti dei suoi libri, non tutti, non \u00e8 pensato come libro ma come una serie di lezioni, conversazioni, convergenze, quelli che appunto chiamava seminari. Qui Heidegger dice due o tre cose, anzi dice due o tre cose che sa di lui\u2026 si potrebbe quasi dire con ironia blasfema nei confronti del maestro. Intanto la parola pensare deriva dal basso latino pendere e vuol dire \u2018pesare\u2019, una cosa che pensiero non \u00e8, cio\u00e8 misurare, contare eccetera, da cui viene anche il termine ratio, che vuol dire \u2018misura\u2019, \u2018conto\u2019. (Il pensiero a chi e cosa dovrebbe mai rendere conto?) Il pensiero non \u00e8 neppure logico, per\u00f2 logico deriva da logos: all\u2019origine della stessa filosofia greca c\u2019\u00e8 un grande annuncio etimologico e nello stesso tempo la sua corruzione, perch\u00e9 evoca sia logos, \u2018logico\u2019, \u2018logistico\u2019, sia mithos, \u2018racconto\u2019. Per Heidegger pensare riguarda invece ci\u00f2 che ci d\u00e0 da pensare, o ci\u00f2 che ci fa pensare. C\u2019\u00e8 un senso profondo, in questo: dire \u2018ci\u00f2 che ci fa pensare\u2019 vuol dire che il pensiero prende origine da qualcosa che non \u00e8 il pensiero. E da che cosa allora? Dall\u2019Essere. Ma anche qui c\u2019\u00e8 qualcosa di pregiudicato perch\u00e9 quando dico l\u2019Essere voglio dire che gi\u00e0 penso l\u2019Essere un oggetto del pensiero, o comunque un soggetto che lo pensa.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">No, bisogna pensare l\u2019Essere non come oggetto del pensiero n\u00e9 come soggetto. Dice Heidegger, invece, che \u00e8 ci\u00f2 che chiama o convoca al pensare. La stessa cosa \u00e8 per il linguaggio, quindi fra pensare e dire c\u2019\u00e8 uno stretto rapporto. Quando noi parliamo, per esempio, pensiamo il linguaggio come ci\u00f2 che \u00e8 prodotto dall\u2019uomo, dal parlante: ora, noi abbiamo la facolt\u00e0 di parlare ma non siamo i \u2018possessori\u2019 della parola, come gi\u00e0 \u00e8 alluso nel racconto della Pentecoste, dove tutti ascoltavano nella propria lingua ma quella propria lingua non esauriva il linguaggio dello spirito. Ora, ci\u00f2 che ci d\u00e0 da pensare si pu\u00f2 dire in due modi diversi, nel senso heideggeriano, appunto, o in un modo persino pi\u00f9 poetico, nel senso che pensare \u00e8 \u2018amare\u2019.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">\u00c8 in quest\u2019ultimo modo, infatti, che nasce la parola filosofia, quando l\u2019Essere che chiama il pensare \u00e8 proprio l\u2019amore del pensare. Dice Jean-Luc Marion che la filosofia \u00e8 amore della saggezza, in quanto deve amare prima di sapere. Se non si ama, non si sa. S\u00ec, \u00e8 l\u2019amore che ci fa pensare, \u00e8 il desiderio che ci fa pensare, e questo accomuna quello che diciamo \u2018filosofia\u2019 a quando diciamo \u2018poesia\u2019. Insomma pensare \u00e8 poetare in forma di parole\u2026<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Il tempo non ha affatto intaccato il sorriso di Gianni Scalia, la cordialit\u00e0 e la perfetta ospitalit\u00e0 con cui sa accogliere gli amici e i suoi interlocutori. \u00e8 un sabato mattina di met\u00e0 maggio, una di quelle giornate in cui Bologna si arroventa e si chiude nell\u2019asma dell\u2019umidit\u00e0. L\u2019appuntamento \u00e8 in via Castiglione, a casa sua, o meglio nello studio adiacente che funge anche da redazione di <em>In forma di parole<\/em>, la rivista (anzi il libro, tanta \u00e8 la sua accuratezza compositiva, lo splendore tipografico) che redige a cadenza da quasi trent\u2019anni.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Nessuna trascrizione potr\u00e0 mai restituire il tono e la ricchezza del conversare di Scalia, il suo procedere ora per parentesi avvolgenti ora invece per point di esattezza fulminante. Da filosofo e insieme filologo, o meglio da logofilo, come una volta si autodefin\u00ec. O pi\u00f9 semplicemente da maestro, quale egli \u00e8. (Nemmeno \u00e8 un caso che sulla scrivania abbia aperto, e striato da fitte annotazioni a matita, il volume delle Lettere di Platone, precisamente alla settima dove il filosofo argomenta la superiorit\u00e0 della parola orale su quella scritta e aggiunge di volersi esprimere, ormai, solamente per agrapha\u2026). Ed \u00e8 vero che Scalia, gi\u00e0 docente di Letteratura italiana all\u2019universit\u00e0 di Siena, ha raccolto in volume meno di quanto non abbia seminato nelle riviste, da \u201cOfficina\u201d a \u201cRagionamenti\u201d, da \u201cPassato e presente\u201d a \u201cChe fare\u201d. Tra i suoi libri vanno comunque ricordati: La man\u00eca della verit\u00e0. Dialogo con Pier Paolo Pasolini (Cappelli 1978), Signor Capitale, Signora Letteratura (Dedalo 1980), A conti fatti (Il Poligrafo 1992) e Fuori e dentro la letteratura. Stranieri e italiani (Pendragon 2004).<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><em>m.r.<\/em><\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Sedersi ed ascoltare Scalia \u00e8 come stare nella presa diretta del sentimento del senso: la luce dell\u2019intelligenza che viaggia in compagnia stretta della passione. Si scandisce un intero destino di parole nel cuore della loro origine, etimologia e respiro, come se ogni lessico attendesse d\u2019essere svelato e rivelato nella sua asciutta, splendente verit\u00e0 dell\u2019umano che \u00e8 verit\u00e0 della storia dell\u2019essere e dell\u2019essere nella storia. Lo ascolto nella piena e rammento le altre volte, nel corso di quasi trent\u2019anni, quando ho avuto il privilegio di stargli accanto, di camminare con lui, di conversare, magari in una notte calda di Macerata, mentre si faceva largo, affilato e vibrante, lungo il sentiero del pensare, del ricordare, dipanando il filo della ragione, sciogliendo i nodi, disegnando la rete delle idee come una mappa continuamente variata. La generosit\u00e0 di Scalia \u00e8 proverbiale e rara. L\u2019ordine del suo narrare \u00e8 plurale.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Un\u2019intera folla si muove dentro il dire che non somiglia affatto alla monotonia della pianura, ma s\u2019inerpica per concetti, memorie, citazioni, rimandi, segnali, sceglie radure, risale, sosta, s\u2019avvia di nuovo per seguire viottoli e ferrate, per aprirsi un varco e scendere verso il punto prescelto, verso la sorgente da cui s\u2019era mosso, magari avendo lasciato, per via, la lucente scheggia di un\u2019intuizione che ha incendiato l\u2019attimo. Ricchezza e pienezza, con un\u2019affabile, acceso, arreso sguardo amoroso da dietro le finestre dei suoi occhiali.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><em>f.s.<\/em><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>&nbsp; &nbsp; Colloquio con Gianni Scalia, Bologna, maggio 2006 \u201cLa filosofia ha la sua origine dall\u2019amore e solo da questo. Il suo nome lo attesta \u201cPhilosophia\u201d: amore della saggezza. 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