Di Vito Punzi
Il contratto d’affitto è disdetto. Dopo Bergamo ho deciso: torno a Venezia, presso i domenicani di Giovanni e Paolo, finché fra’ Damiano vorrà. Non tema. Per la mia mansione, il dipingere, m’accontenterò del dormitorio superiore, altrimenti, con mazor spesa, m’arrangerò, ma non lontano da qui. A Roma c’è flagello, a Firenze paura, qui in laguna quiete e bonaza.
Continuo a inviare nel bergamasco disegni per le tarsie, ma certi impegni presi nella Marca non mi lasciano tranquillo. Le imprese si moltiplicano tra quei colli e non voglio perderli. Due anni sono passati da quell’11 dicembre del 1523, quando per i confratelli della scuola di Iesi firmai il contratto per la Cona. Il tempo accordatomi è già trascorso e son lontano dal compimento.
«Maestro Lotto, che succede?»
«M’impegna la pala per San Francesco al Monte, per i vostri concittadini. La vostra Lucia, poi, m’inquieta. Dico il vero, credetemi!»
Questo rispose agli iesini il 22 d’aprile scorso e mi han creduto, se son veri i denari che ne ricevetti in borza. Sono qui dunque. Mi chiedo se solo per mestiere e ambizione. Questa giovane siciliana mi commuove. Restare impassibile, come se davanti a me non succedesse nulla, è impossibile.
L’ho seguita questa mattina, e mi è facile ricordare i gesti. Recatasi alla tomba di sant’Agata con la madre, dopo la Messa, e non erano sole, l’ho visto addormentarsi. Mi pare vederne sfilare le immagini, una di seguito all’altra, o forse, addirittura, rivedo i loro movimenti in una sola scena, la cripta… Devo affrettarmi, tra poco sarà condotta davanti al prefetto romano.
Durante il sonno di lei la madre dunque pregava, unendo i suoi ai tanti ex voto lì raccolti.
Ecco, vorrei riprodurre quanto osservato con stupore in quel luogo sacro. Il bianco, il rosso e il giallo li conserverò per l’abito di Lucia. Non riescirei a immaginare la sua fede senza sacrificio e senza qualche oncia di follia.
Un gatto e un cane sono vicini, giocano, eppur ella non abbandona la visione che l’ha presa, consolazione al desiderio che la madre sua possa guarire. La vedo nell’angolo, davanti a un san Sebastiano, vivace nel colloquio con la madre, sollevata e decisa a rispondere al destino che rapido s’avvicina al compimento: vergine dovrà restare e non per eroismo. La sua dote intanto la vedo dissolvere tra le mani tese di una povera famiglia ridotta senza tetto, a una brocca d’acqua e a una misera fassina e la madre le è accanto, vorrebbe forse condividere il grande passo cui è stata chiamata sua figlia, ma le basta l’orgoglio di essere li, umile devota donna. Nessun gesto particolare la distingue, man non posso deluderla: la storia di Lucia non sarebbe più.
Gli iesini m’han chiesto d’assistere a questa scena tremenda? Di fissarla per la loro Confraternita? Ebbene, sto lavorando, lentamente, ma sto lavorando. È successo tutto così in fretta! E poi, che mandino il resto dei denari! Minaccino pure di ritirar l’incarico! Ho il mio bel da fare, nel bergamasco come nel resto della Marca, prima di dar soddisfazione ai loro desideri! Al tribunale dunque! Ringrazio Pascasio, prefetto romano per aver consentito la mia presenza di pittore ingombrante. Certo, cerco di nascondermi e la luce che penetra alle mie spalle mi è favorevole qualcuno però mi scorge e si distrae. Mi guarda e senza saperlo diventa mio testimone. È un uomo distinto, il capo piegato di lato. Cos’ha mai da condividere con Lucia? La luce obliqua gl’illumina l’ampia fronte, accentuando il contrasto col suo nero mantello. Segue i miei gesti e parrebbe disinteressarsi a ciò che, terribile sta per accadere. Eppure quel capo chino l’ho già visto è come se volesse chiedere pietà, pietà per questa vergine. Ma, se è così, perché mai rivolto a me? E quello accanto? Altri sguardi che imperiosi chiedono pietà. A me! Non c’entro nulla, lo sapete. Son capitato qui per raccontare, guardate i miei colori…
Non sostengo più il loro sguardo, eppur non mi rabisco.
«Ad altri rivolgetevi, e neppure a chi decide la giustizia e l’ingiustizia di questo mondo», questo vorrei gridare, ma so che aggiungerei confusione a confusione. Sa bene Lucia a chi domandare.
L’uomo ch’ella doveva sposare mi voltava le spalle. Vorrei guardarlo, lui si, coglierne le labbra e gli occhi nel gesto d’accusa rivolto alla vergine. Stancamente abbandonato, la spalla sinistra poggiata al marmo che fa da enorme piedistallo allo scranno del prefetto, prossimo a Lucia, a fatica alza il braccio destro per allungare l’indice accusatorio:
«È cristiana». Accade tutto in un attimo. Per me è già scomparso, inghiottito dal suo stesso odio, povera vittima. L’ira del barbuto prefetto si scaglia, tesa all’estremità della bacchetta, protesa nel giudizio di condanna: «Al lupanare, al lupanare, cara vergine!».
Si rinnova il desiderio di raccontarvi non tanto per immagini, ma attraverso il movimento, un movimento in un tempo ora più che mai carico di senso. Da osservatore (ma credete possa stare qui davvero come semplice osservatore?) guardo i gesti succedersi e ciascuno comunica un senso, necessario all’altro che seguirà. Vorrei definirlo, ma riesco a pensare solo a un presente eterno, o a un eterno presente.
Sullo sfondo dell’oscura porta che le è alle spalle, Lucia eleva il braccio suo con l’indice ritto a indicare la bianca colomba, che non ali spiegati compare d’improvviso nella fitta penombra del soffitto. La sinistra poggia lieve sul cuore poiché tutto il corpo suo appartiene a quella bianca colomba, così almanco intendo io. Gli occhi poi, che cosa vedano, se ancora vedano, questo non so. Sembrano fissare, orgogliosi, il prefetto, o forse contemplano la luce che tutta la illumina e la fissa, ferma e serena. Eppure a quegli occhi, mistero, potrebbe anche rinunciare! Invano le si appoggiano su spalle e fianchi le pesanti mani dei 3 uomini servi che vorrebbero trascinarlo. Inutile poi che puntino i piedi, come inutili sono le suppliche del prefetto affinché ella assecondi la sua volontà. Neppure il suo alto scranno la intimidisce.
Come può resistere una creatura così debole, donna sola in mezzo a questa marmaglia di uomini pettegoli, sorci eccitati? Come raccontarvi il mistero di questa debolezza, di questa solitudine di creatura, che ripone in altro la propria forza? A fatica scorgo i piedi di Lucia, eppure mi pare il suo sinistro non si sia spostato di un sol millimetro.
D’improvviso, da dietro lo scranno del prefetto, un bambino a piedi nudi vuol lanciarsi con braccia larghe e tese verso Lucia… Potessi io liberarmi di timore e reverenza che mi legano al potere di questo mondo e affidarmi alla limpidezza che traspare da questa vergine. Arriverà anche per me il tempo dell’oblazione? Per intanto lasciatemi immedesimare nello slancio di questo figliolo in carne…
In piazza già si raccolgono turbe inquiete. Fanno ressa e temono, impauriti, la sconfitta. Le lance levate, marciano gli uomini, soldati e popolani, come contro un gran nemico. E dev’essere pure un gran Potente, Costui, che misterioso usa di questa vergine per distruggere i loro idoli! Tentano con otto possenti buoi. Sollecitati da irsuti vaccari, le loro zampe si tendono a disegnare inutili linee oblique.
Orribile martirio decidono allora per Lucia. Resisterà lei, la debole, o Colui che la possiede, alla mistura infernale di fuoco, olio bollente e pece che la sommergerà’
Ecco dunque, l’arbitrio che l’uomo può su se stesso si sta per compiere.
A Lucia, prima delle morte che la libererà, l’ultimo gesto.
M’avvicino, per quanto m’è consentito, in ginocchio. Abbandono il cavalletto, finalmente. Testimonio per te, Lucia. Il corpo eucaristico che ricevi è la tua, è la mia libertà.
Della pittura il più è fatto, cari iesini. Macchie di colore e di dettagli luci e ombre soprattutto, e qualche tempo pure ci vorrà… Pala e predella prenderanno infine il largo in questo mare.
E io forse con loro.
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