Com’era grande il mio Bologna

Sta scomparendo dalle scene calcistiche che tanto spazio occupano (certamente troppo) della nostra vita sociale, il nome del glorioso Bologna football club. In pratica è già scom­parso da anni, appiccicato ad una società e ad una squadra prive di ogni vero valore sportivo, mediocri e velleitarie ancorché segnate da una ostinata supponenza. Morto il grande presidente Dall’Ara, che sapeva comprare e vendere, soste­nere un bilancio, scegliere l’allenatore, mante­nere alto lo spirito di gruppo, far crescere cam­pioni dal vivaio, orchestrare e appagare le masse dei tifosi, gestire il prestigio della sua squadra al più alto livello del calcio italiano ed europeo, insieme conquistato e subito perso l’ultimo scu­detto alla metà degli anni 60, il Bologna ha co­minciato a smarrirsi e a cadere. Ho assistito alla sua parabola e poco dopo al suo dramma con l’apprensione di un vecchio tifoso, quale sono in realtà essendomi preso d’amore per quel gruppo e per quei colori che una domenica di maggio del 1933 davano forza al Bologna in una partita di coppa Europa contro il robusto First Vienna.

Vinse il Bologna 2-0 se la memoria non mi tradisce. Ma solo con la memoria posso ali­mentare il mio affetto per i rossoblu del dot­tor Balanzone. Ero andato per la prima volta in quella primavera del ’33 in una città grande, a Bologna, portato dai miei nonni che avevano là una parente, e avevo potuto godere della feli­ce combinazione di vedere giocare il Bologna in una partita internazionale. In quegli anni di ginnasio e liceo molti erano i ragazzi di Urbino e delle sue scuole che te­nevano per lo squadrone rossoblu, forti della forza di Schiavio, Andreolo, Sansone, Reguzzoni, Biavati. Nel ’45 scesi a Riccione insieme con molti altri per vedere il Bologna che riprendeva a giocare e a ritessere i suoi rap­porti con il tifo di provincia in attesa di riaffermarsi nei nuovi campionati nazionali. Allora potei toccare una spalla di Sansone e sentire la voce di Biavati che a bordo campo parlava con il massaggiatore. Due anni dopo vidi il Bologna perdere al comunale con il Torino già leggendario. La mia squadra cominciava a declinare, ma poteva alimentare la passione mia e di tanti altri con le funamboliche invenzioni di Cappello e l’agilità di Cer­vellati, sbalzato vivo dalla tradizione dello straordinario Biavati. Poi arrivò Fulvio Bernardini e presto si compose un altro vero squadrone rossoblu, capace di vincere uno scudetto quando già il calcio era diventato appan­naggio dei grandi centri industriali del nord, forti di mecenati di grande caratura e ambizione. Il giudizio di Dall’Ara poteva reggere il confronto, con l’aiuto della bravura di Pascutti, Fogli, Bulgarelli. Dopo è cominciata la decadenza, via via fino al disastro di questi ultimi anni e fino all’odierna dissoluzione. Il Bologna non ha saputo più generare e nemmeno comprare un campione; se appena uno dei suoi giocatori valeva qualcosa imman­cabilmente veniva venduto. Il Bologna che aveva saputo nella sua storia mantenere i suoi assi per 10-15 anni legati ad una bandiera che era anche una qualità morale. Chi non ricorda la cessione di Savoldi, di Pecci, di Mancini e, inframezzati, gli acquisti di roboanti bidoni di ogni continente o di ex campioni ormai decotti e smotivati? Il Bologna era dunque alla mercè di avventurieri e di mercenari. Ci si è molto interrogati perché non si è più trovato un presidente bolognese rappresentativo e capace. Eppure la città è forte e prodiga e sa ancora produrre molto e bene. Forse vuol dire che il Bologna football club non ha vera cittadinanza e vagola nel buio dei suoi profondi e oscuri misteri, nel nero delle sue cifre inconfessabili. Allora vuol dire che la sua sparizione è forse il segno che Bologna non vuole sop­portare un tale focolaio d’infezione. E questo può essere un primo passo importante per chi voglia riportare il mondo del calcio allo sport.

«Il Resto del Carlino», 11 febbraio 1993

[Otto sono i testi volponiani dedicati al gioco del calcio: il primo, di ca­rattere più generale, è il saggio Il linguaggio sportivo che esce in “Centro sociale” (7, 1956), la rivista del Cepas che allora Volponi dirigeva, mentre altri sei sono di natura più propriamente giornalistica e compaiono fra il 1978 e il 1983 nella stampa legata al Pci (“La Città Futura”, “l’Unità”, “Rinascita”): l’ultimo, qui riprodotto, è un articolo affidato al “Carlino” e si riferisce al fallimento economico nonché alla retrocessione in serie C1 del Bologna F.C. dopo il campionato 1992/’93.

A Volponi scrittore di calcio è dedicato l’ultimo capitolo di Animale di desiderio (ETS 2008), monografia di Alessandro Gaudio che si ringrazia per il censimento dei testi e per la collaborazione.]

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