Hotel Residence #1

1001117_10201674609729488_785960263_n

Ora felpa nera e felpa rossa precedono Pacifico di qualche metro fra i corridoi dell’Hotel Residence. I due ragazzini l’hanno subito fatto salire in ascensore e portato là in alto, al diciassettesimo piano di quel palazzo a croce di cinquecento appartamenti che sembra fatto di mattoni d’argilla seccati al sole per quanto le sue facciate esterne sono d’un rosso infuocato.  Dentro invece, fra i corridoi, il palazzo è bianco e verde come un ambiente sottomarino. Verde è la moquette, consumata dagli anni, bianche le pareti e le porte di legno laccato che una dietro l’altra si susseguono in un proliferare di linee rette. In fondo ai corridoi ci sono grandi finestre inondate di luce bianca, ma sembrano lontanissime, irraggiungibili. Felpa nera e felpa bianca non sono interessati alle finestre, ma guidano Pacifico altrove, forse verso la tromba delle scale.
I due ragazzini, felpa nera e felpa rossa, sono rumeni. Pacifico li chiama così perché, come al solito, si è già scordato i loro nomi. Pochi giorni prima ha parlato al telefono col padre dei due, lo ha chiamato dopo essergli stato introdotto da un amico di un amico che conosce tutti. È il portavoce della comunità rumena del palazzo, che è una delle più numerose, anche se il gruppo più grande è quello dei senegalesi e dei bengalesi e poi ci sono i nigeriani.  Il padre di felpa bianca e felpa rossa ora non c’è, è al lavoro, però ha affidato Pacifico ai suoi due figli. Lì dentro vivono tutti stranieri, tutti immigrati, si potrebbe dire che ci sono tutte le etnie del sud est del mondo.
Pacifico sente nelle narici l’odore acre della polvere che arriva dalla moquette, segue i due ma non percepisce chiaramente le parole che si scambiano. I due si parlano sopra, giocano, ridono. Fanno discorsi da ragazzini e Pacifico è un adulto e non riesce ad entrarci, il suono della loro voce poi si decompone rimbombando fra le pareti. I loro corpi ancora morbidi e infantili emanano un odore di sudore acido che rassicura Pacifico perché è in quel momento l’unico appiglio alla realtà, una scia odorosa che lo ancora alle cose. Altrimenti tutto, fra quei corridoi bianchi e verdi, disabitati, rischierebbe di apparire rarefatto, impalpabile. I due ragazzini si infilano dentro la tromba delle scale e iniziano a scendere, quasi saltellano di gradino in gradino. Pacifico li segue e poi assorto nel vuoto del giro scale domanda: “Perché non c’è nessuno, qui, adesso? Mi pare che siamo solo noi fra questi piani”.
“Adesso è di mattina. Tu devi vedere la sera, la gente torna a casa dal lavoro e qui è pieno, c’è chiasso, chi va su e giù, entrano e escono tutti di casa”.
“Noi d’estate giochiamo di fuori, facciamo le partitelle – continua felpa rossa – Giochiamo all’aperto finché non arriva il buio. Siamo tanti bambini qui, tantissimi”. Pacifico li ascolta e rivede la luce dei lampioni che la sera si accendeva nel suo piccolo quartiere di palazzine color crema dove abitava quando anche lui era un bambino. Quando i lampioni espandevano il loro cono di luce giallognola sui marciapiedi o sui cespugli di pitosforo, era ora di tornare a casa. Oltre scendeva un silenzio fitto che si inghiottiva tutto, potente e misterioso. “Noi dobbiamo andare via la sera. Non possiamo restare. Perché c’è gente qui sotto intorno al Residence che fa cose, urla, si mena”, dice felpa  nera.
“Sì sì, si menano, si lanciano le bottiglie”.
“L’altro inverno è morto uno. Ci siamo svegliati un giorno, era una domenica. Dal balcone ho visto sul campo qui di sotto un lenzuolo bianco e sotto, distesa, c’era una persona, come se dormisse. Ho visto le gambe che uscivano di fuori, le sue scarpe. Poi è arrivata la polizia, l’ambulanza, tanta gente, e l’hanno caricato via”.
“Lo hanno ammazzato a coltellate”, aggiunge felpa rossa.
“Questo palazzo è pieno di persone che fanno casino, che vanno e vengono. Si mettono davanti ai bar giù di sotto, coi sederi appoggiati ai cofani delle macchine e urlano e si ubriacano. Ascoltano lo stereo con le portiere delle macchine aperte, fortissimo, che lo sente anche chi sta all’ultimo piano del grattacielo. Poi si lanciano le bottiglie. Sono tutti del nord Africa, sono loro che fanno casino. Poi ci sono anche gli italiani che si vengono a comprare la roba qua”. Felpa rossa e felpa bianca parlano e salgono i gradini. La tromba delle scale non ha finestre, si procede come dentro a un gigantesco budello intonacato. Le balaustre di ferro dei corrimano affondano, di rampa in rampa, nel vuoto dello spazio.
“Ma ce ne sono qua di Italiani?”.
“Di italiani ne sono rimasti pochi, quasi nessuno”. Poi i due si guardano, hanno un guizzo negli occhi, riconoscono uno nell’altro il balenare della stessa idea. Deve essere una idea che a un adulto non è dato di praticare. Un po’ squilibrata, strampalata, scorretta. Lo si capisce dal tono eccitato delle loro parole: “Adesso ti portiamo da una signora, – dice felpa rossa – è una italiana che abita proprio qua dietro”. Scese ancora due rampe di scale arrivano ad un altro piano, ci sono alcune macchie di umidità sui soffitti del corridoio, l’intonaco sembra sul punto di cadere giù a brandelli.
“Però ecco, la signora è matta, non è normale” aggiunge felpa nera.
“Che vuol dire che è matta?” fa Pacifico.
“Ma niente, è che ci lancia sempre le cose quando giochiamo qua intorno, apre la porta e strilla. E poi non esce mai dall’appartamento”.
“Una volta è uscita mezza nuda”. Pacifico li segue, i due bambini camminano veloci, hanno traiettorie zigzaganti, vanno a destra e a sinistra, come se rimbalzassero fra le pareti, la linearità d’azione è ancora per loro una prassi estranea. Su uno slargo del corridoio si apre una grande finestra. Pacifico e i due bambini vi si accostano, è rivolta verso il centro a croce del grattacielo e si vede una delle sue quattro facciate proiettarsi perpendicolarmente in profondità. Le parabole delle antenne, rotonde e bianche, pendono rigide come capezzoli dalle ringhiere dei balconi. Sui ballatoi giace un microcosmo di oggetti dimenticati, biciclette arrugginite, secchi di plastica, reti di letti, piante secche, fili tesi, mollette e tovaglie e qualche vestito a stendere. Una bambina immobile in uno dei balconi indossa una tutina rosa confetto e sembra accorgersi di Pacifico, guarda nella direzione della grande finestra da dove lui osserva tutto. All’orizzonte, oltre la facciata del palazzo si vedono campi di girasole e colline e invece se si spinge lo sguardo in basso, giù giù verticalmente, si vede il cortile di asfalto e le persone in movimento che lo attraversano. Sono puntini fluttuanti, camminano schiacciati sotto il leggero senso di vertigine che invade Pacifico.
Tutti e tre si scollano dalla finestra e continuano a camminare lungo il corridoio, si incuneano in un’altra scala ed è come se scendessero di un altro piano, ma Pacifico ormai non si orienta più bene. Comunque felpa nera e felpa rossa si fermano davanti a una porta come tante. “Ecco, lei abita qui” dicono, e fanno un passo indietro e lasciano Pacifico lì davanti. “Bussa, noi ti aspettiamo e non ci facciamo vedere”. Poi arretrano e quasi si accucciano dietro uno spigolo di cemento.
Pacifico suona due o tre volte il campanello, il trillo dall’altra parte risuona nel vuoto, finché si sentono dei passi. La porta si apre con uno scatto nervoso e c’è una donna che si affaccia sull’uscio. Il suo viso è tondo e gonfio, ha i capelli bianchi e la pelle grigia. Una bandana verde le fascia la fronte conferendole l’aspetto d’una guerrigliera fallita, ha il volto scavato dal nero attorno agli occhi e le guancie tremanti e lucide come la corteccia d’un baobab. E poi chiede a Pacifico, “Lei chi è?”, con voce roca. Sembra essersi appena destata da un sogno. Pacifico si rende conto di essere totalmente impreparato a quell’incontro. La donna strizza gli occhi e aggrotta la fronte fissandolo. Alle sue spalle l’appartamento è buio, non deve esserci nemmeno una finestra aperta dentro. C’è una oscurità che sa di chiuso, di oggetti che proliferano alla rinfusa, accatastati e intrecciati come dei rami che crescono primordiali.
“Io sono amico di questi due bambini”, Pacifico si volta un attimo per trovare felpa rossa e felpa nera ma non riesce a scovarli. Poi continua: “Lei è italiana?”. La donna non risponde ma strizza gli occhi in un tic che la distorce. Pacifico inizia a sentire il rimorso, quella donna non può raccontargli nulla, non vuole condividere con lui nulla. Intromettersi nel suo mondo per pura curiosità è stata una decisione crudele. “Dei bambini mi hanno detto che lei è italiana e a me piacerebbe conoscere una italiana che abita qua. Ha presente, mi scusi, di quali bambini sto parlando? Lei li conosce?”
“Sì, li conosco. Sono quelli che fanno casino, urlano, non mi lasciano stare. Ma tu chi vuoi? Chi sei?”. Il risentimento della donna è sempre più visibile, si manifesta nel disegno delle labbra che si contraggono imbronciate, come quelle d’una maschera infelice. La donna è sul punto di dire ancora qualcosa, farfuglia suoni incomprensibili, tace qualche istante, poi scandisce severa inscenando una rispettabilità che risuona pietosa: “Ma lei chi è, che vuole? Che vuole da me, perché tutte queste domande? Ma vada via” e scompare sbattendo avanti a sé la porta. Pacifico resta impalato dinnanzi al legno laccato di bianco della porta, si volta e questa volta trova i due piccoli rumeni che pochi metri più in là ridono, sghignazzano, con la mano davanti alla bocca. Si vede dalla luce dei loro occhi che sono nervosi, che qualcosa li mette a disagio. Pacifico non dice niente, ma si avvicina loro con una postura curva, interdetta. “Ora ti portiamo da Batouly” dice felpa rossa, poi tira fuori il telefono dalla tasca dei pantaloni e digita i tasti. “Batouly è un amico di nostro padre, è un signore senegalese e è un rappresentante della sue gente, qui. Lui conosce tutti”. Felpa nera appoggiato al muro bianco del corridoio continua a osservare Pacifico, come se scorgesse in lui qualcosa di curioso ma di difficile decodificazione.

1098222_10201674631330028_1677042486_n

Marco Benedettelli

Marco Benedettelli, giornalista professionista, collabora con varie testate nazionali.
E’ fra i fondatori e direttore responsabile di “Argo, rivista di esplorazione”.
Nel 2012 ha pubblicato la raccolta di racconti La regina non è blu.

www.argonline.it
www.ibs.it

info@nostrolunedi.it
www.nostrolunedÏ.it

info
info@liricigreci.it
www.liricigreci.it

 

Un pensiero su “Hotel Residence #1”

  1. Pingback: Private College Loan

I commenti sono chiusi.