il grande amico

Massimo Raffaeli con Giorgio Filippini

Da nostro lunedì num. 1 nuova serie
Leopardi. Il pensatore pericoloso

Un grande amico non si sceglie, in lui ci si imbatte quasi sempre per caso. Recluso nella magione avìta di Recanati, il diciottenne Giacomo non immagina infatti che una delle celebrità cisalpine cui ha osato inviare la versione del II libro dell’Eneide gli risponda a stretto giro e nel tono che di solito non usa fra un maestro e l’allievo ma semmai tra due pari, nonostante siano dispari d’età. Giacomo lo sente, da subito, quale un doppio rovesciato di Monaldo, non tanto nell’affetto, che suo padre non gli ha fatto mai mancare, quanto nell’apertura delle idee e nel fervore di chi si schiera a viso aperto, e per iscritto, contro l’universo carcerario della Restaurazione che suo padre viceversa considera legittimo e persino naturale. Fatto sta che il giovinetto, del suo interlocutore primordiale, avrà sempre una “cara e buona immagine paterna”, suscitando gelosia e continui sospetti di plagio in Monaldo. Giacomo e il suo amico si vedranno in realtà poche volte (la prima proprio a Recanati nel ‘18, quando l’ospite esige di scendere in un’umile locanda) serbando il rapporto nel viavai epistolare che all’inizio è foltissimo poi più cadenzato e infine, nell’epilogo napoletano di Giacomo, pressoché latitante. Quello che dovrebbe essere il maestro si dimostra più costante epistolografo del presunto allievo, il quale, tuttavia, continuerà a serbarlo entro di sé e nel proprio orizzonte ideale alla stregua di una stella fissa.
Non potrà dimenticare, Giacomo, che in lui giovinetto, nel biancore accecante degli endecasillabi come nella compostezza della sua prosa attica, colui ha veduto l’utopia, anzi l’incarnazione fisica, del perfetto scrittore italiano. Per questo Giacomo si sente sostenuto, incoraggiato, additato al mondo come il combinato disposto di eleganza linguistico-stilistica e altezza intellettuale. Per parte sua, nato a Piacenza il capodanno del 1774, Pietro Giordani intuisce nell’adolescente nobiluomo la chance che gli è stata preclusa. Giordani è un battistrada come può esserlo un autore che sia umile fino all’autospoliazione, un uomo tanto generoso, al cospetto di un simile prodigio, da ignorare l’invidia e i complessi di un Salieri. All’altezza del 1817, Giordani ha già un nome cospicuo ma la sua stessa e proverbiale fecondità di scrittura gli vieta, nel senso comune, il possesso di un’immagine stabile.

È stato novizio benedettino e si è spretato; ha scritto il celeberrimo Panegirico alla sacra Maestà di Napoleone (1807) da borghese democratico e, talora, libertario; è stato caporedattore della “Biblioteca Italiana” ma ha dovuto abbandonarla perché divenuta austriacante; è un figlio dell’Enciclopedia, un pensatore scettico e anticlericale (un ateo, in pectore) ma nelle dispute è costretto a smarcarsi dalla torma di classicisti codini e cicisbei àrcadi che si dicono antiromantici come lui, in effetti, si proclama; ha firmato volgarizzamenti di testi antichi, ha scritto splendide pagine di filologia, di linguistica, di storia patria, ha spedito migliaia di lettere a una folla di postulanti, vergato lancinanti impromptu di materia civile ma non ha mai potuto né saputo devolvere il suo genio all’Opera che sapesse connotarlo in via definitiva: i reperti di una centrifuga testuale quasi senza precedenti saranno raccolti da un sodale devoto e intelligente, il cremonese Antonio Gussalli, nell’edizione degli Scritti editi e postumi, la straordinaria impresa filologica che esce fra il 1854 e il ’62 annoverando ben quattordici volumi. (È questa la miniera dei futuri e sceltissimi studiosi giordaniani, da Giosuè Carducci al grande Sebastiano Timpanaro, da Umberto Carpi a William Spaggiari fino ai giovani, oggi attivi fra Recanati e Macerata, Laura Melosi e Gabriele Cingolani). Se non rappresenta un modello in senso stretto, Giordani rimarrà per Leopardi un esempio di etica della letteratura. Il loro carteggio, specialmente nel triennio d’avvio, coincide con il vero e proprio Bildungsroman del giovane Giacomo e testimonia di una incandescenza culturale e affettiva, ovvero di una reciproca necessità di sguardo, che non ha eguali fra i contemporanei.
Presto si allontaneranno, il più giovane dentro una deriva di assoluta marginalità, il più anziano in una semiclandestinità politica, al chiuso dei piccoli stati Ducali, che nel 1834 gli costa l’arresto e la custodia nel carcere di Parma. E indomito a Parma morirà, Pietro Giordani, il 2 settembre del 1848, l’anno mirabile del secolo XIX. Giacomo è spento da quasi un decennio ed è sepolto in San Vitale a Napoli, la sua gloria è in sonno, la memoria ancora dispersa. L’ultimo dono di Pietro è la lapide da lui fatta murare nel portico di Fuorigrotta, i cui primi quattro versi riassumono in effigie la grandezza versatile, e comunque incomparabile, di un giovane mancato a soli trentanove anni, in Italia semisconosciuto: AL CONTE GIACOMO LEOPARDI RECANATESE / FILOLOGO AMMIRATO FUORI D’ITALIA / SCRITTORE DI FILOSOFIA E DI POESIE ALTISSIMO / DA PARAGONARE SOLAMENTE COI GRECI. Il suo grande amico non poteva sbagliare.

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