Hotel Residence #1

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Ora felpa nera e felpa rossa precedono Pacifico di qualche metro fra i corridoi dell’Hotel Residence. I due ragazzini l’hanno subito fatto salire in ascensore e portato là in alto, al diciassettesimo piano di quel palazzo a croce di cinquecento appartamenti che sembra fatto di mattoni d’argilla seccati al sole per quanto le sue facciate esterne sono d’un rosso infuocato.  Dentro invece, fra i corridoi, il palazzo è bianco e verde come un ambiente sottomarino. Verde è la moquette, consumata dagli anni, bianche le pareti e le porte di legno laccato che una dietro l’altra si susseguono in un proliferare di linee rette. In fondo ai corridoi ci sono grandi finestre inondate di luce bianca, ma sembrano lontanissime, irraggiungibili. Felpa nera e felpa bianca non sono interessati alle finestre, ma guidano Pacifico altrove, forse verso la tromba delle scale.
I due ragazzini, felpa nera e felpa rossa, sono rumeni. Pacifico li chiama così perché, come al solito, si è già scordato i loro nomi. Pochi giorni prima ha parlato al telefono col padre dei due, lo ha chiamato dopo essergli stato introdotto da un amico di un amico che conosce tutti. È il portavoce della comunità rumena del palazzo, che è una delle più numerose, anche se il gruppo più grande è quello dei senegalesi e dei bengalesi e poi ci sono i nigeriani.  Il padre di felpa bianca e felpa rossa ora non c’è, è al lavoro, però ha affidato Pacifico ai suoi due figli. Lì dentro vivono tutti stranieri, tutti immigrati, si potrebbe dire che ci sono tutte le etnie del sud est del mondo.
Pacifico sente nelle narici l’odore acre della polvere che arriva dalla moquette, segue i due ma non percepisce chiaramente le parole che si scambiano. I due si parlano sopra, giocano, ridono. Fanno discorsi da ragazzini e Pacifico è un adulto e non riesce ad entrarci, il suono della loro voce poi si decompone rimbombando fra le pareti. I loro corpi ancora morbidi e infantili emanano un odore di sudore acido che rassicura Pacifico perché è in quel momento l’unico appiglio alla realtà, una scia odorosa che lo ancora alle cose. Altrimenti tutto, fra quei corridoi bianchi e verdi, disabitati, rischierebbe di apparire rarefatto, impalpabile. I due ragazzini si infilano dentro la tromba delle scale e iniziano a scendere, quasi saltellano di gradino in gradino. Pacifico li segue e poi assorto nel vuoto del giro scale domanda: “Perché non c’è nessuno, qui, adesso? Mi pare che siamo solo noi fra questi piani”.
“Adesso è di mattina. Tu devi vedere la sera, la gente torna a casa dal lavoro e qui è pieno, c’è chiasso, chi va su e giù, entrano e escono tutti di casa”.
“Noi d’estate giochiamo di fuori, facciamo le partitelle – continua felpa rossa – Giochiamo all’aperto finché non arriva il buio. Siamo tanti bambini qui, tantissimi”. Pacifico li ascolta e rivede la luce dei lampioni che la sera si accendeva nel suo piccolo quartiere di palazzine color crema dove abitava quando anche lui era un bambino. Quando i lampioni espandevano il loro cono di luce giallognola sui marciapiedi o sui cespugli di pitosforo, era ora di tornare a casa. Oltre scendeva un silenzio fitto che si inghiottiva tutto, potente e misterioso. “Noi dobbiamo andare via la sera. Non possiamo restare. Perché c’è gente qui sotto intorno al Residence che fa cose, urla, si mena”, dice felpa  nera.
“Sì sì, si menano, si lanciano le bottiglie”.
“L’altro inverno è morto uno. Ci siamo svegliati un giorno, era una domenica. Dal balcone ho visto sul campo qui di sotto un lenzuolo bianco e sotto, distesa, c’era una persona, come se dormisse. Ho visto le gambe che uscivano di fuori, le sue scarpe. Poi è arrivata la polizia, l’ambulanza, tanta gente, e l’hanno caricato via”.
“Lo hanno ammazzato a coltellate”, aggiunge felpa rossa.
“Questo palazzo è pieno di persone che fanno casino, che vanno e vengono. Si mettono davanti ai bar giù di sotto, coi sederi appoggiati ai cofani delle macchine e urlano e si ubriacano. Ascoltano lo stereo con le portiere delle macchine aperte, fortissimo, che lo sente anche chi sta all’ultimo piano del grattacielo. Poi si lanciano le bottiglie. Sono tutti del nord Africa, sono loro che fanno casino. Poi ci sono anche gli italiani che si vengono a comprare la roba qua”. Felpa rossa e felpa bianca parlano e salgono i gradini. La tromba delle scale non ha finestre, si procede come dentro a un gigantesco budello intonacato. Le balaustre di ferro dei corrimano affondano, di rampa in rampa, nel vuoto dello spazio.
“Ma ce ne sono qua di Italiani?”.
“Di italiani ne sono rimasti pochi, quasi nessuno”. Poi i due si guardano, hanno un guizzo negli occhi, riconoscono uno nell’altro il balenare della stessa idea. Deve essere una idea che a un adulto non è dato di praticare. Un po’ squilibrata, strampalata, scorretta. Lo si capisce dal tono eccitato delle loro parole: “Adesso ti portiamo da una signora, – dice felpa rossa – è una italiana che abita proprio qua dietro”. Scese ancora due rampe di scale arrivano ad un altro piano, ci sono alcune macchie di umidità sui soffitti del corridoio, l’intonaco sembra sul punto di cadere giù a brandelli.
“Però ecco, la signora è matta, non è normale” aggiunge felpa nera.
“Che vuol dire che è matta?” fa Pacifico.
“Ma niente, è che ci lancia sempre le cose quando giochiamo qua intorno, apre la porta e strilla. E poi non esce mai dall’appartamento”.
“Una volta è uscita mezza nuda”. Pacifico li segue, i due bambini camminano veloci, hanno traiettorie zigzaganti, vanno a destra e a sinistra, come se rimbalzassero fra le pareti, la linearità d’azione è ancora per loro una prassi estranea. Su uno slargo del corridoio si apre una grande finestra. Pacifico e i due bambini vi si accostano, è rivolta verso il centro a croce del grattacielo e si vede una delle sue quattro facciate proiettarsi perpendicolarmente in profondità. Le parabole delle antenne, rotonde e bianche, pendono rigide come capezzoli dalle ringhiere dei balconi. Sui ballatoi giace un microcosmo di oggetti dimenticati, biciclette arrugginite, secchi di plastica, reti di letti, piante secche, fili tesi, mollette e tovaglie e qualche vestito a stendere. Una bambina immobile in uno dei balconi indossa una tutina rosa confetto e sembra accorgersi di Pacifico, guarda nella direzione della grande finestra da dove lui osserva tutto. All’orizzonte, oltre la facciata del palazzo si vedono campi di girasole e colline e invece se si spinge lo sguardo in basso, giù giù verticalmente, si vede il cortile di asfalto e le persone in movimento che lo attraversano. Sono puntini fluttuanti, camminano schiacciati sotto il leggero senso di vertigine che invade Pacifico.
Tutti e tre si scollano dalla finestra e continuano a camminare lungo il corridoio, si incuneano in un’altra scala ed è come se scendessero di un altro piano, ma Pacifico ormai non si orienta più bene. Comunque felpa nera e felpa rossa si fermano davanti a una porta come tante. “Ecco, lei abita qui” dicono, e fanno un passo indietro e lasciano Pacifico lì davanti. “Bussa, noi ti aspettiamo e non ci facciamo vedere”. Poi arretrano e quasi si accucciano dietro uno spigolo di cemento.
Pacifico suona due o tre volte il campanello, il trillo dall’altra parte risuona nel vuoto, finché si sentono dei passi. La porta si apre con uno scatto nervoso e c’è una donna che si affaccia sull’uscio. Il suo viso è tondo e gonfio, ha i capelli bianchi e la pelle grigia. Una bandana verde le fascia la fronte conferendole l’aspetto d’una guerrigliera fallita, ha il volto scavato dal nero attorno agli occhi e le guancie tremanti e lucide come la corteccia d’un baobab. E poi chiede a Pacifico, “Lei chi è?”, con voce roca. Sembra essersi appena destata da un sogno. Pacifico si rende conto di essere totalmente impreparato a quell’incontro. La donna strizza gli occhi e aggrotta la fronte fissandolo. Alle sue spalle l’appartamento è buio, non deve esserci nemmeno una finestra aperta dentro. C’è una oscurità che sa di chiuso, di oggetti che proliferano alla rinfusa, accatastati e intrecciati come dei rami che crescono primordiali.
“Io sono amico di questi due bambini”, Pacifico si volta un attimo per trovare felpa rossa e felpa nera ma non riesce a scovarli. Poi continua: “Lei è italiana?”. La donna non risponde ma strizza gli occhi in un tic che la distorce. Pacifico inizia a sentire il rimorso, quella donna non può raccontargli nulla, non vuole condividere con lui nulla. Intromettersi nel suo mondo per pura curiosità è stata una decisione crudele. “Dei bambini mi hanno detto che lei è italiana e a me piacerebbe conoscere una italiana che abita qua. Ha presente, mi scusi, di quali bambini sto parlando? Lei li conosce?”
“Sì, li conosco. Sono quelli che fanno casino, urlano, non mi lasciano stare. Ma tu chi vuoi? Chi sei?”. Il risentimento della donna è sempre più visibile, si manifesta nel disegno delle labbra che si contraggono imbronciate, come quelle d’una maschera infelice. La donna è sul punto di dire ancora qualcosa, farfuglia suoni incomprensibili, tace qualche istante, poi scandisce severa inscenando una rispettabilità che risuona pietosa: “Ma lei chi è, che vuole? Che vuole da me, perché tutte queste domande? Ma vada via” e scompare sbattendo avanti a sé la porta. Pacifico resta impalato dinnanzi al legno laccato di bianco della porta, si volta e questa volta trova i due piccoli rumeni che pochi metri più in là ridono, sghignazzano, con la mano davanti alla bocca. Si vede dalla luce dei loro occhi che sono nervosi, che qualcosa li mette a disagio. Pacifico non dice niente, ma si avvicina loro con una postura curva, interdetta. “Ora ti portiamo da Batouly” dice felpa rossa, poi tira fuori il telefono dalla tasca dei pantaloni e digita i tasti. “Batouly è un amico di nostro padre, è un signore senegalese e è un rappresentante della sue gente, qui. Lui conosce tutti”. Felpa nera appoggiato al muro bianco del corridoio continua a osservare Pacifico, come se scorgesse in lui qualcosa di curioso ma di difficile decodificazione.

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Marco Benedettelli

Marco Benedettelli, giornalista professionista, collabora con varie testate nazionali.
E’ fra i fondatori e direttore responsabile di “Argo, rivista di esplorazione”.
Nel 2012 ha pubblicato la raccolta di racconti La regina non è blu.

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Mapi Guerrini

“Fotografa con tutto ciò che fa click…ma predilige la sua Nikon d800 e, quando ha tempo, l’Hasselblad analogica”

Le foto vanno guardate ascoltando Sakamoto “Hearthbeat”

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Mapi Guerrini nasce ad Ascoli Piceno, una bellissima città  dove non metterà radici, restandoci solo pochi giorni.
Grazie al continuo peregrinare in numerose città, conoscerà realtà diverse che le insegneranno l’amicizia, l’adattamento, la molteciplità e l’incontro con la gente e l’abilità nel traslocare. Tornata ad Ancona, dove la sua famiglia ha le origini e le strade portano nomi familiari, si laurea in ingegneria  ed inizia ad incrociare il mondo, con se stessa e la compagnia di una macchina fotografica, ricevuta in regalo dal padre, e che, strada facendo, le diventa indispensabile per la cattura di un “oltre ciò che si vede”
Attraversa l’analogico con il grande format, la polaroid, la camera oscura, e inevitabilmente affascinata dai sistemi binari, approda alla fotografia digitale e alla sua immediatezza immagignifica. Per lei la fotografia diventa un complemento insostituibile e inossidabile, è completamento, “non passa un giorno che non scatti una foto” (come ha già detto Avedon) ed essendo alla rcerca di un linguaggio che si esprima là dove le parole sembrano non bastare, non si stanca di fotografare cieli, strisce pedonali, ritagli di realtà, avanzi di frigorifero…lasciando però gli umani sempre fuori dalle proprie visioni.

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Fra i poeti rossoblu

Estratto da nostro lunedì
numero 2 – nuova serie

Paolo Volponi e Urbino

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La memoria dei tifosi non è sempre infallibile. Così, capita a Paolo Volponi (grande appassio­nato di calcio, tifoso del Bologna già alla scuola elementare) di postdatare di un anno e sbaglia­re stagione addirittura quando scrive, a ses­sant’anni di distanza e davanti al naufragio in C1 della squadra del cuore, che per lui la partita iniziatica, la prima veduta dal vero, era stata un Bologna-First Vienna giocato al Comunale, che allora si chiamava “Littoriale”, nel “maggio 1933”. Gli annali del calcio, con la loro impla­cabile filologia, lo smentiscono perché quella partita si giocò in effetti quasi un anno prima, il 10 luglio del 1932, e stupisce che Volponi (co­munque rammentando il risultato esatto, 2 a 0) non ricordi come si trattasse della finale di Cop­pa dell’Europa Centrale, vinta contro i maestri austriaci che allora amavano fregiarsi, in nazio­nale, del titolo iperbolico di “Wunderteam”.

Ma il Bologna era da un decennio il Grande Bo­logna e i tifosi gli avevano inventato uno slogan presto celeberrimo, “Il Bologna è uno squadro­ne/ che tremare il mondo fa”. Era la squadra del centravanti Angiolino Schiavio, l’eroe eponimo, dell’ala destra Biavati (famoso per la finta so­migliante a un paso doble), del portiere Ceresoli dai voli arcangelici e di ben tre oriundi uruguagi (Andreolo, Sansone e Fedullo) i quali dettavano in centrocampo il ritmo del gioco, blando e a tratti persino sonnacchioso (dicono le cronache d’epoca) ma tuttavia capace di improvvise inversioni come di lancinanti contropiede. Una squadra vittoriosa in ben quattro campionati, fra il ’36 e il ’41, cui vanno aggiunte due Coppe dell’Europa Centrale nonché il titolo più prestigioso, la Coppa della Esposizione Uni­versale (una specie di Champions ante litteram) conquistata a Parigi nel giugno ‘37 rifilando in finale quattro gol ai londinesi del Chelsea.

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Volponi, prima che un tifoso, è un appassionato di calcio e da adulto in­fatti scriverà che il tifoso è un suddito mentre lo sportivo un uomo libero: sempre si batterà (sono parole sue, del ‘56) contro il “falso brivido d’entu­siasmo” ovvero “la stupefatta passività, evasione, esaltazione”, contro un calcio (sono parole ancora sue, del 1981) “tutto uguale e tutto ugualmen­te chiuso all’interno del posto strumentale assegnatogli dalla nostra so­cietà dominante”. Amava troppo il gioco, la sua passione primordiale, per tollerare di vederlo ridotto, come nei suoi anni estremi, a un’impresa mer­cantile già totalmente ipotecata dal sistema mediatico. Non aveva nostal­gia di nulla e però rimpiangeva, da ultimo, le radiocronache di un pioniere, Nicolò Carosio (“Mentre sentivi Carosio mangiavi, bevevi, Carosio era come l’anguria”), quasi che un simile ricordo, affettuoso e persino superstizioso, fosse l’esorcisma per il calcio invadente ed esoso, ad ogni livello, che oramai gli toccava vedere in tv.

Carosio aveva narrato il Grande Bologna e Volponi, ad vocem, amava raccontare agli amici specialmente la cronaca del ritorno trionfale della squadra in città, il 7 giugno del ’37, all’indomani del Torneo di Parigi, con la folla stipata nel piazzale davanti alla stazione, con gli osanna e i mazzi di fiori lanciati ai calciatori. Solo vent’anni dopo, due poeti da lui sempre prediletti, Pier Paolo Pasolini e Roberto Roversi, allora ginnasiali al “Galvani”, gli avrebbero confessato, a una riunione di “Officina”, che entrambi quel mattino di giugno non erano a scuola ma persi tra la folla, sotto il portico, ad aspettare Schiavio e i suoi compagni.

Un poeta liberale aveva scritto che ognuno riconosce i suoi: anche in questo, nel semplice amore per il football e per la maglia del Bologna, Volponi li sentiva fraterni tutt’e due.

Roversi era proprio nato dentro al calcio, essendo figlio del radiologo con ambulatorio al “Rizzoli” dove ogni lu­nedì mattina i campioni esibivano gli acciacchi e i lividi di un infortunio; Pasolini andava allo stadio ma più che altro giocava all’ala destra (come avrebbe fatto per tut­ta la vita, da amatore incallito) e si esibiva nei campi di Caprara, dalle parti dell’Ospedale Maggiore, era un emulo di Biavati e lo chiamavano Stukas: un’estate, di ritorno nel Friuli materno, a Casarsa, arrivò a dipingere la sua stanzetta di studente a strisce rossoblu, come uno sfondo sentimentale che il tempo e i restauri successivi non han­no cancellato. A Volponi adolescente, chiuso in casa sulle mura di Urbino, bastava viceversa la voce di Carosio. E, in proposito, c’è un passo del romanzo più scopertamente autobiografico, Il lanciatore di giavellotto (1981), in cui di dice della mala accoglienza, a insulti e fischi sonorissimi, che gli italiani fuorusciti accordarono nel 1938, nell’anti­co Velodrome di Marsiglia, alla nazionale di Vittorio Pozzo che stava disputando i Mondiali.

Quel giorno molti degli azzurri in campo provenivano dal­la squadra rossoblu ma quello stesso giorno il Duce aveva imposto loro di indossare una funerea camicia nera. Come fosse uno sfregio (o un colpo che divide in due la vita ma la rende perspicua, certa nel dolore e nella improvvida co­sternazione) Volponi non l’avrebbe mai dimenticato.

Massimo Raffaelli

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SI FEST #22 – 2013 SPECIE DI SPAZI

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Avrà inizio venerdì 13 settembre e durerà fino a domenica 15 il Si fest, a Savignano sul Rubicone. Interessantissima rassegna espositiva dedicata la modo della fotografia, con mostre workshop, conferenze e dibattiti. Il più antico festival italiano dedicato a questo mezzo espressivo. Il programma si presenta ricco di spunti e personalità di rilievo nel mondo della fotografia che ogni anno frequentano e danno il loro contributo a questa manifestazione. Un festival importante ancora di più oggi, periodo che ci vede ormai  disabituati a guardare le immagini in maniera riflessiva e critica, sempre più distratti dal bombardamento continuo di immagini di ogni tipo, una facilità di creazione e fruizione che ormai ci porta a una quasi totali anestetizzazione del guardare e vedere.

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Il tema di quest’anno lega la fotografia allo spazio. Il titolo “Specie di Spazi” è tratto da un saggio in cui George Perec indaga una serie di categorie come spazio vissuto, spazio libero, spazio critico, spazio immaginario, spazio verde, spazio onirico ecc. L’edizione 2013 del Festival, curata da Massimo Sordi e Stefania Rössl, proporrà similmente una sequenza di aree tematiche che si prefiggono di analizzare il concetto di spazio, articolato e polisemico come pochi altri. La cittadina di Savignano ospiterà così le  connessioni e le differenze tra spazi mentali e spazi fisici, tra spazi creativi e spazi sociali, tra spazio naturale e spazio urbano, tra spazio transitorio e spazio permanente, generando a loro volta uno speciale spazio condiviso di riflessione e partecipazione.

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Per informazioni sul programma e approfondimenti: http://sifest.net/

A cura di Francesca Luslini.

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Natalie sulla vetta di Le monde!

Reportage pluripremiati da Est Europa e Russia. Poi l’idea in una notte di gennaio: candidarsi alla direzione. Così Natalie Nougayrède, 46 anni, oggi, a 46 anni, è la prima donna a dirigere Le Monde , con l’incarico di traghettare il giornale verso un destino sempre più numerico. Anche se lei sente di appartenere alla generazione di giornalisti che fatica a liberarsi della carta stampata.

È una bella ragazza dai colori nordici che, dal primo marzo, ogni mattina si sveglia alle cinque, appena si accenna alla sua vita privata il suo viso avvampa.

Dov’era la sua timidezza  quando in una notte di gennaio scrisse la lettera di candidatura alla direzione di uno dei più importanti quotidiani d’Europa? “Ho avuto voglia di una svolta. . “La decisione di fare una scelta radicale, audace, inattesa. Sapere che ero capace di farla. La voglia di difendere questo giornale. Lo dico senza problemi: ho un vero patriottismo d’impresa verso Le Monde. Per questo mi sono disinibita, anche se avevo mille ragioni per non scriverla, quella lettera: nessuna esperienza in management, una carriera più sul campo che in redazione. Mi rendo conto di tutte queste cose, sono una persona lucida. Ma, mi sono detta, gli inconvenienti potrebbero diventare un vantaggio e con un po’ di carattere, un po’ di determinazione, mi posso lanciare nell’avventura.”

Più che un’avventura, un’impresa titanica nella quale  Natalie Nougayrède è in buona compagnia, poiché la scomparsa della carta stampata vaticinata anni fa dal New York Times investe i direttori dei giornali di tutto il mondo. A tutti è chiaro che Internet è la vera, possibile, forse unica edicola del futuro. La neo direttrice è arrivata proprio quando Le Monde stava iniziando a puntare sul digitale mobile e ad aprirsi a nuovi campi economici.
Lei ha cominciato così. Il suo primo articolo in assoluto, apparso nell’89 su Libération, era un’intervista a un pastore romeno che si era battuto contro il regime di Ceausescu.

Come si fa a mantenersi distanti dal potere quando i proprietari del giornale che lei dirige sono un banchiere , un industriale delle telecomunicazioni e l’ex amministratore delegato della Yves Saint-Laurent ? “Nel mio percorso professionale sono stata ossessionata dall’indipendenza e dall’ambizione di un giornalismo di qualità. Qualità e rigore sono le parole chiave del mio modo di fare questo mestiere.

Pierre Bergé si è indignato per la scelta di ospitare una pagina pubblicitaria contro il “matrimonio per tutti”, quello tra omosessuali, lui che aveva appoggiato da sinistra la legge Toubira. “Non se l’è presa con me: si è espresso pubblicamente. Le Monde è sempre stato d’accordo con la posizione di Bergé verso il mariage pour tous, ma un giornale indipendente ospita anche una voce contraria. Lo ripeto: ognuno stia nel suo ruolo”.  Dopo tre mesi ha capito quale è il suo? “Lo affronto giorno per giorno con umiltà, cercando di essere all’ascolto. Non costruisco  il giornale tutti i giorni, scrivo più o meno un editoriale alla settimana. Passo da un incontro, da una riunione all’altra. Ho un gruppo di direttori straordinario (Vincent Giret condirettore, Michel Guerrin e Rémy Ourdan vicedirettori) del quale mi fido completamente. Diciamo che per gli anni a venire mi sono data una missione: preservare l’altissima qualità dell’informazione di Le Monde, mantenerne l’indipendenza e consolidarne il modello economico mirando al digitale. Queste sono le tre sfide”.
E il resto della vita, signora Nougayrède? Rosso fuoco. Un sorriso appena accennato, lo sguardo a terra. “È questa, la vita”.

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Tim Burton_Vincent

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Vincent Malloy è un bravo bambino,
ha sette anni ed è assai perbenino,
per la sua età ha virtù assai rare
ma a Vincent Price vuol somigliare.

Ha un gatto, un cane ed una sorella
ma vuole soltanto una vita più bella.
In orridi antri, per meglio sognare,
con rettili e topi vorrebbe abitare.

Con loro vivrebbe incredibili orrori
sentendosi preda di ghiacci sudori,
vagare vorrebbe, in tenebra oscura
sfidando pericoli senza paura.

Con larghi sorrisi accoglie la zia
né mai vorrebbe lasciarla andar via,
immagina infatti, con grande piacere,
di farne una statua per il museo delle cere.

Sevizia ogni giorno il suo cane Abercrombie
sperando di trarne un orribile zombie,
col qual poter nella nebbia vagare
per fare poi strage di vittime ignare.

Non vuole soltanto incuter paura,
adora egualmente lettura e pittura.
Pinocchi e fatine non legge però,
lui adora soltanto i racconti di Poe.

Una notte, leggendo alla fievole luce
fece un sobbalzo a una storia si truce,
la giovane moglie che tanto adorava
giaceva ancor viva nella sua bara.

Con impeto folle si mise a scavare,
quell’orrido dubbio voleva fugare,
ma ciò che scavava scoprì che in realtà
era solo l’aiola che amava mammà.

In camera chiuso si ritrovò
e d’esser recluso si immaginò,
il solo conforto in tanto dolore
era il ritratto del grande suo amore.

Mentre languiva, angosciato e disfatto
la madre arrivò e lo colse sul fatto,
disse: “se vuoi puoi andare a giocare
fuori c’è il sole, ti devi svagare”.

Tentò di parlare ma gli mancò il fiato
la triste prigione lo aveva fiaccato,
scrisse: “son vittima di una magia,
da questa torre non potrò mai andar via”.

La madre rispose: “ma che prigioniero,
via dalla testa questo sciocco pensiero,
non sei Vincent Price, sei Vincent Malloy,
dovrai pur comprenderlo no? prima o poi

non sei né pazzo né tormentato,
la vita non ti ha ancora neanche sfiorato,
sei solo un bambino di sette anni
vai a divertirti e abbandona gli affanni!”.

La mamma calmata la stanza lasciò
e Vincent distrutto al mur si appoggiò,
fu allora che tutto si mise a tremare
e dalla pazzia si lasciò trasportare.

Udì Abercrombie il suo cane latrare
sentì sua moglie dalla tomba chiamare
orrende cose la donna chiedeva
e con mani scheletriche si protendeva.

L’orrore suo esplose in risata assordante
che in breve divenne un urlo agghiacciante,
in preda a follia alla porta arrivò
ma lì senza vita, al suol si accasciò.

Con flebile voce il ragazzo citò
le parole del corvo di Edgar Allan Poe:
“L’anima mia da quell’ombra laggiù
non si solleverà mai più,
mai più… mai più”.

Tim Burton

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Mapi Guerrini

“Fotografa con tutto ciò che fa click…ma predilige la sua Nikon d800 e, quando ha tempo, l’Hasselblad analogica” Le foto vanno guardate ascoltando Sakamoto “Hearthbeat”

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Mapi Guerrini nasce ad Ascoli Piceno, una bellissima città  dove non metterà radici, restandoci solo pochi giorni.
Grazie al continuo peregrinare in numerose città, conoscerà realtà diverse che le insegneranno l’amicizia, l’adattamento, la molteciplità e l’incontro con la gente e l’abilità nel traslocare.
Tornata ad Ancona, dove la sua famiglia ha le origini e le strade portano nomi familiari, si laurea in ingegneria  ed inizia ad incrociare il mondo, con se stessa e la compagnia di una macchina fotografica, ricevuta in regalo dal padre, e che, strada facendo, le diventa indispensabile per la cattura di un “oltre ciò che si vede”
Attraversa l’analogico con il grande format, la polaroid, la camera oscura, e inevitabilmente affascinata dai sistemi binari, approda alla fotografia digitale e alla sua immediatezza immagignifica.
Per lei la fotografia diventa un complemento insostituibile e inossidabile, è completamento, “non passa un giorno che non scatti una foto” (come ha già detto Avedon) ed essendo alla ricerca di un linguaggio che si esprima là dove le parole sembrano non bastare, non si stanca di fotografare cieli, strisce pedonali, ritagli di realtà, avanzi di frigorifero…lasciando però gli umani sempre fuori dalle proprie visioni.

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Com’era grande il mio Bologna

Sta scomparendo dalle scene calcistiche che tanto spazio occupano (certamente troppo) della nostra vita sociale, il nome del glorioso Bologna football club. In pratica è già scom­parso da anni, appiccicato ad una società e ad una squadra prive di ogni vero valore sportivo, mediocri e velleitarie ancorché segnate da una ostinata supponenza. Morto il grande presidente Dall’Ara, che sapeva comprare e vendere, soste­nere un bilancio, scegliere l’allenatore, mante­nere alto lo spirito di gruppo, far crescere cam­pioni dal vivaio, orchestrare e appagare le masse dei tifosi, gestire il prestigio della sua squadra al più alto livello del calcio italiano ed europeo, insieme conquistato e subito perso l’ultimo scu­detto alla metà degli anni 60, il Bologna ha co­minciato a smarrirsi e a cadere. Ho assistito alla sua parabola e poco dopo al suo dramma con l’apprensione di un vecchio tifoso, quale sono in realtà essendomi preso d’amore per quel gruppo e per quei colori che una domenica di maggio del 1933 davano forza al Bologna in una partita di coppa Europa contro il robusto First Vienna.

Vinse il Bologna 2-0 se la memoria non mi tradisce. Ma solo con la memoria posso ali­mentare il mio affetto per i rossoblu del dot­tor Balanzone. Ero andato per la prima volta in quella primavera del ’33 in una città grande, a Bologna, portato dai miei nonni che avevano là una parente, e avevo potuto godere della feli­ce combinazione di vedere giocare il Bologna in una partita internazionale. In quegli anni di ginnasio e liceo molti erano i ragazzi di Urbino e delle sue scuole che te­nevano per lo squadrone rossoblu, forti della forza di Schiavio, Andreolo, Sansone, Reguzzoni, Biavati. Nel ’45 scesi a Riccione insieme con molti altri per vedere il Bologna che riprendeva a giocare e a ritessere i suoi rap­porti con il tifo di provincia in attesa di riaffermarsi nei nuovi campionati nazionali. Allora potei toccare una spalla di Sansone e sentire la voce di Biavati che a bordo campo parlava con il massaggiatore. Due anni dopo vidi il Bologna perdere al comunale con il Torino già leggendario. La mia squadra cominciava a declinare, ma poteva alimentare la passione mia e di tanti altri con le funamboliche invenzioni di Cappello e l’agilità di Cer­vellati, sbalzato vivo dalla tradizione dello straordinario Biavati. Poi arrivò Fulvio Bernardini e presto si compose un altro vero squadrone rossoblu, capace di vincere uno scudetto quando già il calcio era diventato appan­naggio dei grandi centri industriali del nord, forti di mecenati di grande caratura e ambizione. Il giudizio di Dall’Ara poteva reggere il confronto, con l’aiuto della bravura di Pascutti, Fogli, Bulgarelli. Dopo è cominciata la decadenza, via via fino al disastro di questi ultimi anni e fino all’odierna dissoluzione. Il Bologna non ha saputo più generare e nemmeno comprare un campione; se appena uno dei suoi giocatori valeva qualcosa imman­cabilmente veniva venduto. Il Bologna che aveva saputo nella sua storia mantenere i suoi assi per 10-15 anni legati ad una bandiera che era anche una qualità morale. Chi non ricorda la cessione di Savoldi, di Pecci, di Mancini e, inframezzati, gli acquisti di roboanti bidoni di ogni continente o di ex campioni ormai decotti e smotivati? Il Bologna era dunque alla mercè di avventurieri e di mercenari. Ci si è molto interrogati perché non si è più trovato un presidente bolognese rappresentativo e capace. Eppure la città è forte e prodiga e sa ancora produrre molto e bene. Forse vuol dire che il Bologna football club non ha vera cittadinanza e vagola nel buio dei suoi profondi e oscuri misteri, nel nero delle sue cifre inconfessabili. Allora vuol dire che la sua sparizione è forse il segno che Bologna non vuole sop­portare un tale focolaio d’infezione. E questo può essere un primo passo importante per chi voglia riportare il mondo del calcio allo sport.

«Il Resto del Carlino», 11 febbraio 1993

[Otto sono i testi volponiani dedicati al gioco del calcio: il primo, di ca­rattere più generale, è il saggio Il linguaggio sportivo che esce in “Centro sociale” (7, 1956), la rivista del Cepas che allora Volponi dirigeva, mentre altri sei sono di natura più propriamente giornalistica e compaiono fra il 1978 e il 1983 nella stampa legata al Pci (“La Città Futura”, “l’Unità”, “Rinascita”): l’ultimo, qui riprodotto, è un articolo affidato al “Carlino” e si riferisce al fallimento economico nonché alla retrocessione in serie C1 del Bologna F.C. dopo il campionato 1992/’93.

A Volponi scrittore di calcio è dedicato l’ultimo capitolo di Animale di desiderio (ETS 2008), monografia di Alessandro Gaudio che si ringrazia per il censimento dei testi e per la collaborazione.]

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